Emmanuelle de Villepin

Club Italie-France : Parliamo subito del suo ultimo romanzo, L’incidente. Come le è venuta l’idea di scrivere questo libro? Da dove è partita?

Emmanuelle de Villepin : È una domanda estremamente difficile, perché c’è una specie di magia che accade e non riesco davvero a spiegare come succeda. Non c’è stato un fatto preciso né un episodio di cronaca. Ho immaginato nella mia testa questo incontro tra Alfred e il suo Big Boss, che poi è diventato il primo capitolo. Mi capita spesso di prendere appunti, schizzi di idee da cui a volte scaturisce qualcosa, mentre altre volte restano lì e poi muoiono. Ma questa volta ho cominciato a chiedermi: “Perché lui vuole cambiare nome?” E da lì ho iniziato a indagare su questo personaggio…

Club Italie-France : Lei inizia a scrivere un romanzo senza sapere dove andrà a parare… Le capita spesso quando ha in mente un libro?

Emmanuelle de Villepin : Sì. Mi capita di avere un’idea e di provare a seguirla, ma poi i miei personaggi prendono vita indipendentemente da me. Così è nato anche questo libro. C’è sempre un’idea iniziale e una possibile idea della fine. Nel frattempo, però, mi lascio guidare dai personaggi. Spesso sono loro a condurmi. Credo, però, che non sia un’esperienza esclusiva: molti scrittori vivono questo processo creativo nello stesso modo.

Club Italie-France : Qual è il personaggio di questo suo ultimo romanzo a cui si sente più legata, quello che l’ha affascinata di più?

Emmanuelle de Villepin : Io sono affezionata un po’ a tutti, anche a chi sbaglia tutto, cioè Joe Dalton. Mi commuove perché incarna tutte le contraddizioni umane, le difficoltà di vivere un grande amore per tutta la vita, e così via. Poi, ovviamente, Penelope, la moglie che aspetta, ha tutta la mia simpatia: una donna che sa cosa vuole è sempre un personaggio vicino a me e che trovo interessante.
Mi piace anche l’altro mio personaggio, quello pieno di dubbi. E poi adoro Alfred: perché, anche se non è simpatico, è autentico. L’ho volutamente descritto così: è un essere che si protegge e ha molti motivi per farlo. Ma non voglio fare spoiler.

Club Italie-France : La parola Incidente, che dà il titolo al romanzo, da dove nasce e cosa simboleggia?

Emmanuelle de Villepin : Questa parola indica sempre una frattura, qualcosa che si rompe. Tuttavia, gli incidenti non sono necessariamente solo eventi traumatici: possono anche portare a esiti di rinascita positivi. Qualcosa si spezza, per poi trasformarsi in qualcos’altro. A me dell’esistenza ha sempre affascinato questa idea delle diagonali che continuano a incrociarsi, e nei punti di incontro nasce l’evento. L’incidente è proprio questo: delle diagonali che si incontrano e da cui scaturisce qualcosa. Alcune volte può essere divertente, altre volte tragico, e altre ancora felicissimo.

Club Italie-France : È capitato anche a lei nella vita?

Emmanuelle de Villepin : Cosa? Le diagonali? Beh, sì, come a tutti. Io ho perso un fratello in un incidente in moto, e quello sicuramente è stato un incrocio di diagonali infelicissimo. Da quell’esperienza poi è nato un libro, La notte di Mattia.

Club Italie-France : In quale momento della giornata scrive? Tutti i giorni, la mattina, la sera? È metodica oppure scrive quando ne ha voglia e sente l’ispirazione?

Emmanuelle de Villepin: Questa domanda me la fanno spesso. Io non sono una mattiniera. La verità è che non sono neppure metodica: scrivo quando ho una storia da raccontare, questo senza dubbio. Di solito scrivo nel pomeriggio. Mi dedico alla scrittura per due o tre ore, non di più. Poi passo ad altro: ho anche altre attività nella mia vita, sono mamma, nonna, e così via.

Club Italie-France : I suoi personaggi sono attraversati da un senso di solitudine. Da dove nasce il bisogno di raccontare identità così fragili, incomplete, complesse? E, più in generale, come vede la solitudine oggi, che spaventa tanti?

Emmanuelle de Villepin : Tendiamo a riempire continuamente le nostre vite per paura di confrontarci con noi stessi. Eppure, la solitudine può essere terapeutica. Penso che viviamo in un mondo di soli: tra l’intelligenza artificiale e i social vedo i ragazzi sempre più isolati. Dicono che anche le relazioni amorose avvengano ormai solo tramite il computer: c’è questa distanza tra le persone che trovo straziante.
Io vengo da una famiglia numerosa, molto allegra e caotica, e di certo la solitudine di oggi non l’ho mai sperimentata. Di fronte ai drammi, alla morte, alla malattia, alle tragedie, siamo soli: è ovvio, nasciamo soli e moriamo soli. Però non parlo di me, parlo di un mondo che vedo andare alla deriva verso la solitudine, l’egocentrismo, il narcisismo.

Club Italie-France : A proposito di narcisismo, di cui si parla così tanto oggi… Sembra il male del secolo, non trova?

Emmanuelle de Villepin : Sa cosa mi ha colpito un giorno? Io non mi sono mai fatta un selfie in vita mia, ma una volta, a Roma, cercavo di farmi largo tra la folla intorno alla Fontana di Trevi, gremita di turisti. E vedevo tutte queste persone che giravano le spalle alla fontana, senza neppure guardarla, soltanto per farsi un selfie. E ho pensato: “Questa è la vera caduta dell’Impero Romano”.

Club Italie-France : In un mondo così, come si inserisce oggi la lettura? Il libro richiede contemplazione e solitudine…

Emmanuelle de Villepin : Ha perfettamente ragione. Il libro richiede anche dialettica… Non lo so, sembra che la gente legga sempre meno, anche perché per leggere devi avere un interesse verso qualcosa che non sia te stesso. Io penso che lo scrittore scriva perché ha dentro una specie di fuoco da spegnere.

Club Italie-France : Lei com’è diventata scrittrice?

Emmanuelle de Villepin : Lo sono sempre stata. Fin da bambina scrivevo un mucchio di poesie, ma non solo: da piccolissima ero già un po’ audace, perché scrivevo persino piccoli romanzi di dieci pagine. Ero già così…

Club Italie-France : È parigina?

Emmanuelle de Villepin : Sì. Sono nata, ma per puro caso, in Lorena. Poi sono cresciuta a Parigi, e successivamente mi sono trasferita a Chamonix, dove ho trascorso tre anni perché avevo contratto la tubercolosi: mi mandarono lì per curarmi, e furono anni favolosi. Successivamente sono andata a Ginevra, in collegio, anche se in realtà ero esterna perché vivevo con mia sorella. Poi è arrivata l’America, e infine Milano.

Club Italie-France : In che tipo di famiglia è cresciuta? Erano anche loro degli artisti?

Emmanuelle de Villepin : Niente affatto. La mia è una famiglia molto aristocratica, classica, anche se i miei genitori erano, per così dire, molto aperti e fantasiosi. Mio padre lavorava alla Saint-Gobain, come del resto tutta la famiglia. Mia madre si occupava di noi. Insieme hanno avuto sei figli: mia madre aveva già una figlia, che mio padre adottò, e poi nacquero altri cinque bambini.

Club Italie-France : I suoi genitori come hanno accolto la sua vocazione letteraria?

Emmanuelle de Villepin : Mi hanno sempre incoraggiata. Anche se dall’esterno non sembrava, dentro di loro avevano un’anima bohème. Venendo però entrambi da famiglie molto tradizionali, erano costretti a seguire determinati binari.

Club Italie-France : Parliamo di un altro tema a lei caro: fare i conti con il passato. Mi pare che sia importante anche per i suoi personaggi, no?

Emmanuelle de Villepin : Sì. L’impossibilità di sfuggire al passato, ma al tempo stesso la necessità di superarlo. Parlando della mia esperienza con il passato, io ho trovato nella scrittura una dimensione terapeutica legata anche a sentimenti negativi, ad angosce, a pesi interiori. Sono cresciuta con un’educazione molto severa: non ci si deve lamentare, bisogna stringere i denti, non ci si deve appoggiare agli altri e, soprattutto, non bisogna mai annoiare gli altri con le proprie disgrazie. Forse è proprio questo il motivo per cui ho cominciato a scrivere così presto: era un modo per liberarmi, per alleggerire il peso. Scrivendo, attribuivo ad altri i miei stessi sentimenti.

Club Italie-France: Com’è stata la sua giovinezza, serena?

Emmanuelle de Villepin : No, non particolarmente. A dodici anni ho perso mio fratello, ed è stato un trauma enorme. Ho vissuto pochissimo con i miei genitori. Però i miei fratelli sono stati molto presenti nella mia vita e questo ha portato anche tanta allegria, nonostante tutto.

Club Italie-France : Nel libro Dall’altra riva lei affronta un tema tabù: la madre che abbandona i propri figli per amore. Oggi l’“imperfezione materna” è molto giudicata: le madri si sentono spesso obbligate a incarnare un cliché di perfezione, mentre lo psicoanalista Donald Winnicott diceva che i genitori non devono essere perfetti, ma “sufficientemente buoni”. Cosa l’ha spinta a trattare un tema così forte?

Emmanuelle de Villepin : Mia madre ci ha lasciati per un uomo che aveva diciotto anni meno di lei. Ecco perché la mia infanzia non è stata del tutto felice: per me quello è stato un abbandono molto doloroso. Anche se, a differenza della protagonista di Dall’altra riva, mia madre non è scomparsa del tutto: la vedevo durante le vacanze, avevamo comunque dei momenti insieme. Ma io la adoravo, e quindi soffrivo moltissimo della sua assenza. Devo però aggiungere una cosa: ho visto coetanei, o anche amici più giovani di me, con madri molto borghesi, appartenenti a contesti rigidi e convenzionali, che non erano affatto felici. La mia, invece, quando c’era, c’era davvero: leggeva tutto ciò che scrivevo, mi ascoltava, mi scriveva lettere d’amore quando ero adolescente. Era molto brava a scrivere e riusciva a farmi sentire amata.

Club Italie-France : Con le sue figlie lei che madre è stata?

Emmanuelle de Villepin : Presentissima, ma sempre lasciando loro molto spazio per essere ciò che desideravano. Non sono mai stata invadente. Non ho mai fatto i compiti al posto delle mie figlie, né ho voluto proiettare su di loro le mie aspettative. Penso che sia giusto che prendano anche le loro “legnate”, che facciano esperienza da sole. Non voglio proteggerle dagli errori, né sostituirmi a loro. Credo che il senso della responsabilità sia uno dei valori più importanti da trasmettere. Una delle mie figlie, Neige, oggi è una scrittrice.

Club Italie-France : Com’è stato trasformare un testo scritto a sedici anni, in un momento di dolore personale, in una fiaba, La Notte di Mattia, condivisa con sua figlia Neige? Quanto la scrittura può diventare un ponte tra generazioni e quale messaggio universale spera che i lettori colgano da questa storia?

Emmanuelle de Villepin : La Notte di Mattia racconta la storia di un amore tra la fata della natura, eterna, e un mortale, un uomo meraviglioso che si chiama Mathieu. Mio fratello si chiamava Hervé. La fiaba è un’allegoria di chi resta, una rappresentazione del lutto. La fata non vuole innamorarsi di lui perché sa che è mortale, mentre lei è eterna, ma non riesce a resistergli. Lui muore e lei rimane. È una metafora della finitezza umana, del dolore, del lutto, ma anche dell’idea che ogni amore, pur destinato a finire, vada comunque vissuto.

Club Italie-France : Com’è nata l’idea di pubblicare questa fiaba?

Emmanuelle de Villepin : Ho scritto questa storia quando avevo diciassette anni. Mio padre la lesse e ne rimase così colpito da inviarla, senza dirmelo, a un referente di Hachette, a Parigi. Poco dopo arrivò una lettera di grandi elogi da parte della casa editrice. Io però provai una strana timidezza, quasi vergogna, e mi irrigidii: così il testo finì in un cassetto, dove rimase per anni. Non l’ho mai dimenticato, ma non lo avevo più toccato. Molto tempo dopo, mia figlia Neige aprì quel cassetto, lesse il testo e mi disse: “Mamma, io adoro questo libro, lo devi pubblicare.” Io risposi: “Ma no, l’ho scritto a diciassette anni, oggi ne ho cinquanta: mi sembra anacronistico, come una sessantenne in minigonna.” E lei replicò: “E se lo illustrassi io?”. A quel punto ho pensato: “Che idea geniale!”. Così abbiamo deciso di lavorarci insieme, a quattro mani. È stato bellissimo: ci siamo divertite a cercare costumi d’epoca per i travestimenti, a fare shooting al Parco Sempione, in montagna, a Capalbio. Un’esperienza creativa e gioiosa, che ha rafforzato ancora di più il nostro legame.

Club Italie-France : Il suo romanzo La ragazza che non voleva morire è diventato Madina, uno spettacolo che unisce danza, teatro e musica, in cui Roberto Bolle ha interpretato per la prima volta un ruolo oscuro e violento. Che effetto le ha fatto vedere la sua storia trasformata in un’opera così potente e drammatica? E a chi è venuta l’idea?

Emmanuelle de Villepin : L’idea non è partita da me. Un giorno mi ha chiamato il compositore Fabio Vacchi dicendomi: “Vorrei fare un’opera dal suo libro.” Io non ci credevo, anche se mi sembrava una prospettiva affascinante. Poi è sparito per mesi e, quando è tornato, mi ha chiesto: “Se la sente di scrivere un libretto?”. E io ho risposto: “Certo.” Così l’ho fatto. Non volevamo un’opera lirica tradizionale, ma un “teatro dance”: lirica, orchestra sinfonica, balletto, tutto insieme. Il progetto fu proposto a Roberto Bolle, che accettò subito. Interpretava il capo dei terroristi civili, il carnefice, ed era entusiasta: per la prima volta non ricopriva un ruolo “bello”. Si era fatto crescere la barba, aveva un aspetto molto realistico, e il risultato fu straordinario. Io assistevo a tutte le prove, perché mi piaceva esserci. La cosa più emozionante è quando la tua opera viene ripresa da altri che vi aggiungono qualcosa di personale, trasformandola. È un po’ come ballare da soli e poi ballare con qualcuno. Straordinaria anche la protagonista femminile, interpretata magistralmente da Antonella Albano.

Club Italie-France : Qual è la scena che le è piaciuta di più?

Emmanuelle de Villepin : Quella in cui, durante le prove, Roberto Bolle moriva e rotolava fino ai miei piedi. Io gli dicevo: “Roberto, cambio il finale, non posso vederti morire!”. Fu un momento intensissimo. E lui rideva: “Non farmi ridere.” Con lui si è creata un’amicizia profonda, come anche con Antonella Albano e con Vacchi. Sono esperienze straordinarie. Lo spettacolo ebbe talmente successo che la Scala lo ha ripreso lo scorso marzo.

Club Italie-France : Lei è nata in Francia, poi ha vissuto in Svizzera, un po’ a New York, e da molti anni è a Milano. Qual è il posto dove si sente di più a casa?

Emmanuelle de Villepin : La risposta potrebbe essere “da nessuna parte” o “dappertutto”. Milano è la città dove ho vissuto di più, perché ci vivo da 36 anni. In Francia ho vissuto fino a 14 anni, in Svizzera per 12, in America due anni. Oggi, se mio marito Rodolfo De Benedetti mi chiedesse: “Dove vuoi andare a vivere?”, e a lui andasse bene qualsiasi scelta, penso che rimarrei in Italia. Qua a Milano, oppure in campagna, in Toscana. Però, detto questo, quando arrivo a Parigi mi sento davvero a casa: Parigi è la città della mia infanzia.

Club Italie-France : Questo spirito cosmopolita ha influenzato le trame dei suoi romanzi?

Emmanuelle de Villepin : Spesso nei miei romanzi c’è una storia a cavallo tra Francia e Italia. Non in questo caso: nell’ultimo libro la vicenda si svolge tutta in America, perché è il luogo degli apolidi. Molti ebrei vi sono emigrati, e New York è un posto in cui tutti si sentono a casa, ma allo stesso tempo nessuno lo è del tutto.
Io ho vissuto a New York così come una delle mie figlie. Ho anche pubblicato un libro lì e ho molti legami con quella città. Dopo il Covid non ci sono più stata, mentre a Parigi vado regolarmente: lì ho mia figlia, i miei fratelli e i cugini.

Club Italie-France : Lei è cugina di Dominique de Villepin, che in tanti indicano come futuro presidente della Repubblica francese…

Emmanuelle de Villepin : Speriamo… Sì, sono cugina prima di Dominique, tramite i nostri padri.

Club Italie-France : Cosa pensa della scena letteraria italiana attuale e di quella francese?

Emmanuelle de Villepin : La Francia, e non so se sia un modo di dire, ma lo sento spesso, dà più spazio alla cultura. Forse perché i francesi leggono di più. È una questione culturale. Per esempio, nella metro a Parigi vedo molte persone, soprattutto donne, leggere un libro. Qui invece tutti guardano il telefono. Non credo che i francesi siano più sensibili, ma in Francia il governo incentiva molto la cultura.

Club Italie-France: Quali sono gli scrittori, italiani e francesi, che lei ama di più? Quelli che l’hanno più formata?

Emmanuelle de Villepin : L’Ottocento francese per me è fondamentale. Tra tutti, forse Flaubert, Victor Hugo, Stendhal. Come scrittori più attuali mi piace Roman Gary. Tra i contemporanei, Besson e Sorj Chalandon, un grandissimo.
Tra gli italiani adoro Baricco, perché è virtuoso. Ho amato Novecento e anche Seta. Un altro libro a cui sono molto legata è “Io sono Gesù” di Giosuè Calaciura. E poi Fabio Stassi con Bebelplatz. Tra le scrittrici donne, amo Daria Bignardi, Melania Mazzucco, Monica Acito, Federica Manzon (Alma è stato bellissimo). Ce ne sono davvero tante, e tutte bravissime.

Club Italie-France: Lei si rende conto del dono prezioso che ha come scrittrice? Cos’è l’ispirazione?

Emmanuelle de Villepin : È un’illuminazione. Come dicevo anche prima, spesso scrivo una scena, qualche pagina, e poi o finisce così, oppure rimane e si sviluppa. L’ispirazione è qualcosa di divino, nel senso più puro del termine. Sì, perché viviamo in un mondo ormai pieno di copiatori.

Club Italie-France : Suo marito, Rodolfo De Benedetti, le è sempre stato vicino nel suo percorso creativo e artistico. Dove vi siete conosciuti?

Emmanuelle de Villepin : Ci siamo conosciuti all’università, a Ginevra. Avevamo vent’anni. Io studiavo giurisprudenza, lui Economia e Legge. Per me è bellissimo stare ancora insieme dopo tanti anni. Abbiamo tanto in comune: ci piacciono le stesse cose. Siamo sportivi, molto legati alla famiglia, amiamo giocare a backgammon, leggere e andare al cinema. Condividiamo anche l’impegno nella nostra Fondazione per bambini con gravi neuropatologie croniche, Together to Grow (TOG), con sede a Milano e una direttrice straordinaria.

Club Italie-France : Suo marito è anche il primo lettore dei suoi libri?

Emmanuelle de Villepin: Certamente. Lui legge sempre i miei testi, è il primo lettore e io aspetto sempre il suo giudizio. Li corregge anche quando necessario.

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Intervista del

28 Settembre

Informazioni

Aristocratica di nascita, cosmopolita per destino e scrittrice per vocazione, Emmanuelle de Villepin è una voce letteraria che sfugge alle etichette.
Francese di origine ma milanese d’adozione, nella sua vita ha intrecciato più mondi, Parigi, Ginevra, New York, l’Italia, e li ha trasformati in materia narrativa. Nei suoi romanzi convivono le grandi domande dell’esistenza: l’identità, la solitudine, il peso del passato, l’amore che resiste o si spezza, il lutto che può diventare rinascita. Il suo nuovo libro, L’incidente (Astoria Edizioni), nasce, come racconta lei stessa, da una scintilla quasi misteriosa: l’incontro immaginato tra Alfred e il suo “Big Boss”, una scena che si è poi trasformata nel primo capitolo. Da lì, i personaggi hanno preso vita autonoma, conducendo la scrittrice in direzioni inaspettate. Il titolo racchiude un simbolo forte: l’“incidente” come frattura, ma anche come possibilità di cambiamento, come diagonali che si incrociano e producono un evento, tragico o felice che sia. Così è la vita.
A cura di
Stefania Conrieri