Il ritorno del nucleare: energia, competitività e sovranità nell’Italia del XXI secolo

Lo scorso 4 giugno la Camera dei deputati ha approvato il disegno di legge delega promosso dal governo Meloni, segnando un passaggio decisivo verso il possibile ritorno progressivo dell’energia nucleare in Italia. Per la prima volta dopo quasi quarant’anni, Roma si dota di una strategia finalizzata alla ricostruzione di una filiera nucleare nazionale basata sulle tecnologie di nuova generazione.

Non si tratta di replicare il modello del XX secolo. La questione è più ampia e riguarda il ruolo che l’Italia intende occupare nell’economia europea e mondiale del XXI secolo. In un contesto caratterizzato dalla competizione tecnologica globale, dalla crescita dell’intelligenza artificiale, dall’espansione dei data center e dalla crescente domanda di elettricità, la disponibilità di energia affidabile, continua e competitiva sta tornando a essere uno dei principali fattori di potenza economica e strategica.

L’Italia è stata definita dal Direttore Generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica “il più nucleare dei Paesi non nucleari”. Una formula che riassume una contraddizione apparentemente paradossale: il Paese ha rinunciato alla produzione di energia atomica sul proprio territorio, ma non ha mai abbandonato le competenze, la ricerca e le filiere industriali legate al settore nucleare.

Da potenza nucleare emergente all’abbandono dell’atomo

La storia del nucleare italiano inizia già nel 1946, quando grandi gruppi industriali come Fiat, Pirelli, Edison, Falck e Montecatini decidono di finanziare le prime ricerche nel settore atomico. Nel contesto della ricostruzione del dopoguerra, l’energia appare immediatamente come un fattore essenziale dello sviluppo economico nazionale.

I risultati arrivano rapidamente. Negli anni Sessanta l’Italia diventa il terzo produttore mondiale di energia nucleare dopo Stati Uniti e Regno Unito. Le centrali di Latina, Garigliano, Trino Vercellese e Caorso rappresentano allora l’ambizione di un Paese che punta a ridurre la propria dipendenza energetica.

Questa traiettoria viene però bruscamente interrotta dopo il disastro di Chernobyl. Nel 1987 un referendum conduce all’abbandono progressivo del nucleare civile. Gli ultimi reattori vengono spenti tra il 1988 e il 1990. Un tentativo di rilancio promosso dal governo Berlusconi nel 2009 viene a sua volta bloccato dal referendum del 2011, all’indomani dell’incidente di Fukushima.

Per quasi quarant’anni l’Italia rinuncia così alla produzione di energia nucleare sul proprio territorio, continuando però, paradossalmente, a partecipare attivamente alle filiere nucleari europee e internazionali.

Energia, competitività e sovranità : una questione economica prima ancora che ambientale

Il ritorno del nucleare in Italia non può essere compreso senza analizzare la questione centrale che attraversa oggi l’intera economia europea: il costo dell’energia.

Negli ultimi anni famiglie e imprese italiane hanno subito gli effetti di una delle più gravi crisi energetiche della storia recente. La forte dipendenza dalle importazioni di gas e petrolio ha esposto il Paese alle tensioni geopolitiche internazionali, alle interruzioni delle catene di approvvigionamento e alla volatilità dei mercati globali. La guerra in Ucraina ha mostrato con estrema chiarezza quanto la sicurezza energetica sia diventata una componente essenziale della sicurezza nazionale.

L’Italia rimane una delle principali economie europee più dipendenti dall’estero sul piano energetico. Ogni anno importa gran parte delle risorse necessarie per alimentare il proprio sistema produttivo, le infrastrutture e i consumi delle famiglie.

Questa dipendenza ha un costo economico considerevole. Nel 2022 il deficit della bilancia energetica italiana ha superato i 110 miliardi di euro, uno dei livelli più elevati della storia economica nazionale. Anche dopo la normalizzazione dei prezzi energetici, il saldo negativo si è mantenuto intorno ai 66 miliardi di euro nel 2023. In condizioni normali la fattura energetica italiana continua comunque a oscillare tra i 50 e i 60 miliardi di euro all’anno.

L’Italia è stabilmente tra i principali esportatori mondiali di beni manifatturieri. Tuttavia, una parte rilevante del valore generato dalle esportazioni viene assorbita dalla dipendenza energetica. In assenza di questo deficit strutturale, il saldo commerciale italiano sarebbe significativamente più forte, rafforzando ulteriormente la posizione finanziaria e industriale del Paese. Per un’economia manifatturiera, l’energia non rappresenta soltanto una voce di costo. È un fattore di competitività. Quando aumenta il prezzo dell’elettricità aumentano i costi di produzione, si riducono i margini delle imprese e si indebolisce la capacità di competere sui mercati internazionali. I settori più esposti sono quelli ad alta intensità energetica: siderurgia, chimica, vetro, ceramica, carta, metallurgia e componentistica industriale.

La questione riguarda però soprattutto le industrie del futuro.

L’intelligenza artificiale, il cloud computing, i data center, i semiconduttori, la difesa avanzata, la mobilità elettrica, l’idrogeno e le tecnologie quantistiche richiederanno nei prossimi decenni quantità crescenti di energia elettrica stabile e continua.

Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), il consumo elettrico mondiale dei data center potrebbe più che raddoppiare entro il 2030, raggiungendo livelli paragonabili all’intero consumo elettrico di grandi economie industrializzate. Negli Stati Uniti i data center potrebbero rappresentare da soli quasi la metà dell’aumento della domanda elettrica nazionale nel prossimo decennio.

La disponibilità di energia non sarà quindi soltanto una questione ambientale. Sarà una condizione necessaria per attrarre investimenti, ospitare infrastrutture strategiche e sviluppare industrie ad alto valore aggiunto.

In un contesto in cui Stati Uniti, Cina e numerosi Paesi asiatici investono massicciamente per assicurarsi energia abbondante e competitiva, il rischio per l’Europa è una progressiva perdita di attrattività industriale. La competizione economica del XXI secolo sarà sempre più una competizione energetica. Il dibattito sul nucleare non riguarda quindi soltanto il modo in cui produrre elettricità. Riguarda il posto che l’Italia intende occupare nell’economia mondiale dei prossimi decenni.

Dipendenza energetica e vulnerabilità strategica : il nodo geopolitico italiano

La dipendenza energetica dell’Italia non è soltanto un problema economico. È una vulnerabilità strategica che condiziona la libertà d’azione del Paese sul piano internazionale.

Un’economia che importa la maggior parte dell’energia di cui ha bisogno è un’economia esposta alle decisioni di governi stranieri, alle turbolenze dei mercati globali e alle crisi geopolitiche che si sviluppano a migliaia di chilometri dai propri confini.

La guerra in Ucraina ha reso visibile ciò che esisteva già: la dipendenza dal gas russo aveva trasformato una scelta energetica in una catena diplomatica. L’Italia, come altri Paesi europei, si è trovata a dover ridefinire in pochi mesi l’intera architettura dei propri approvvigionamenti energetici, con costi enormi per le imprese, per le famiglie e per la credibilità internazionale del Paese.

È stata una lezione brutale sul prezzo della dipendenza.

Ma la vulnerabilità italiana non si esaurisce con il gas russo. Il Paese resta strutturalmente esposto a dinamiche che non controlla: la stabilità politica dei Paesi produttori nordafricani e mediorientali, le tensioni nel Mediterraneo orientale, la competizione globale per le risorse energetiche tra grandi potenze.

In un mondo in cui l’energia è diventata uno strumento di pressione diplomatica e di proiezione di potenza, non disporre di una capacità produttiva autonoma significa accettare una posizione di debolezza strutturale.

Il nucleare, in questo quadro, non è soltanto una risposta al caro energia. È una risposta alla fragilità geopolitica.

Un Paese che produce una quota significativa della propria energia sul proprio territorio è un Paese più libero nelle proprie scelte di politica estera, più resiliente di fronte alle crisi internazionali, più credibile come partner nelle negoziazioni multilaterali.

La sovranità energetica è, in ultima analisi, una componente della sovranità tout court.

Per l’Italia — terza economia dell’Eurozona, grande potenza manifatturiera ed esportatrice, Paese mediterraneo al crocevia di rotte energetiche strategiche — recuperare questa sovranità non è un’opzione ideologica. È una necessità geopolitica.

Una dimensione geopolitica che ridisegna gli equilibri europei

Il 28 febbraio 2023, in occasione della riunione informale dei ministri europei dell’Energia a Stoccolma, undici Stati membri dell’Unione europea, guidati dalla Francia, hanno firmato una dichiarazione congiunta per rafforzare la cooperazione nel settore nucleare, affermando che l’energia atomica costituisce « uno degli strumenti per raggiungere gli obiettivi climatici, produrre energia di base e garantire la sicurezza degli approvvigionamenti ».

Nasceva così l’Alleanza Nucleare Europea, che oggi conta quattordici membri a pieno titolo.

Per due anni l’Italia vi ha partecipato soltanto come osservatore. Il 16 giugno 2025, pochi giorni dopo l’approvazione del disegno di legge delega, Roma ha compiuto un passo decisivo aderendo ufficialmente all’Alleanza come membro effettivo.

« Una scelta che ha risvolti industriali e tecnologici che ci pone in prima fila », ha dichiarato il ministro Gilberto Pichetto Fratin al termine del Consiglio Energia dell’Unione europea a Lussemburgo.

L’Italia non è quindi più spettatrice di un processo che la riguarda direttamente. Ha manifestato la volontà di partecipare attivamente alla ridefinizione della governance energetica europea e di influenzare le scelte industriali e tecnologiche che determineranno la competitività del continente nel prossimo mezzo secolo.

In un’Europa che cerca di ridurre le proprie dipendenze strategiche — dal gas russo ai semiconduttori asiatici fino alle terre rare cinesi — la capacità di produrre energia in modo autonomo è diventata un attributo di potenza oltre che un fattore di sostenibilità.

La Francia, partner naturale del ritorno italiano

Se l’Italia intende ricostruire una filiera nucleare, difficilmente potrà farlo da sola. Il suo partner naturale è la Francia.

Primo produttore europeo di energia nucleare, la Francia dispone di un’esperienza unica lungo l’intera filiera: ricerca, progettazione, costruzione, gestione degli impianti, sicurezza e formazione.

L’Italia, dal canto suo, dispone di un tessuto industriale altamente specializzato, di aziende tecnologiche di primo piano e di competenze ingegneristiche che non hanno mai cessato di esistere nel settore nucleare.

La cooperazione è già ampiamente avviata. Ansaldo Nucleare collabora da anni con EDF e Framatome, partecipando a numerosi programmi europei legati alla sicurezza, all’ingegneria e allo sviluppo delle tecnologie di nuova generazione.

Anche ENEA e il Commissariat à l’Énergie Atomique et aux Énergies Alternatives (CEA) intrattengono collaborazioni scientifiche in numerosi ambiti, dalla fissione avanzata alla fusione nucleare.

I due Paesi sono inoltre partner strategici del progetto ITER, il più importante programma internazionale dedicato alla fusione nucleare, attualmente in costruzione a Cadarache, nel sud della Francia.

Il ritorno del nucleare in Italia non rappresenta quindi la creazione ex novo di una nuova filiera, ma il rafforzamento di un ecosistema industriale e scientifico già profondamente integrato con quello francese.

Al di là della sola questione energetica, il nucleare potrebbe diventare uno dei grandi progetti strutturanti della cooperazione franco-italiana nei prossimi decenni, contribuendo alla costruzione di una vera sovranità energetica europea fondata sull’innovazione, la sicurezza e la competitività industriale.

Una scelta rivolta al XXI secolo

Naturalmente il ritorno del nucleare non elimina le questioni legate ai tempi di realizzazione, ai costi di investimento, all’accettabilità sociale e alla gestione dei rifiuti radioattivi. Questi temi continueranno ad alimentare il dibattito pubblico e richiederanno risposte credibili e trasparenti.

La questione strategica, tuttavia, è un’altra.

Il ritorno del nucleare in Italia non è ancora una realtà industriale. È oggi una scelta strategica e politica che apre un percorso destinato a svilupparsi nel corso dei prossimi anni.

Per lungo tempo il dibattito italiano sul nucleare è rimasto ancorato ai traumi di Chernobyl e Fukushima. Oggi il contesto è radicalmente cambiato. Non si tratta di ricostruire il programma nucleare del secolo scorso, ma di decidere se l’Italia intenda essere protagonista o spettatrice della trasformazione energetica che ridefinirà gli equilibri economici, industriali e geopolitici del XXI secolo.

L’approvazione del disegno di legge delega del 4 giugno e l’adesione all’Alleanza Nucleare Europea rappresentano i due pilastri di una stessa strategia: ricostruire una capacità industriale, tecnologica e scientifica in un settore considerato sempre più strategico per la competitività europea.

Nel XXI secolo la sovranità energetica non rappresenta più soltanto una questione tecnica o ambientale. È diventata una componente della sovranità economica, industriale e geopolitica.

Per l’Italia, il vero dibattito non riguarda il nucleare del passato. Riguarda il ruolo che il Paese intende occupare nel futuro dell’Europa e la capacità di rispondere a una domanda fondamentale: chi produrrà l’energia che alimenterà la crescita, l’innovazione e la prosperità dei prossimi decenni?

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