Jean-Paul Enthoven - Personalità Club Italie-France

Jean-Paul Enthoven

Club Italie-France: Ha l’impressione che il mondo sia diventato più difficile da comprendere o semplicemente più difficile da raccontare? 

Jean-Paul Enthoven: Credo che la vera domanda non sia sapere se il mondo sia diventato più o meno difficile da comprendere o da raccontare, bensì questa: come possiamo ormai riparare un mondo che è al tempo stesso incomprensibile e irraccontabile? Ricordiamoci della celebre diagnosi di Shakespeare: «Un mondo pieno di rumore e di furore, raccontato da un idiota e che non significa nulla…» Quel «and which means nothing» dovrebbe costituire il punto di partenza di tutte le «profezie», di tutti i discorsi degli «esperti» e di tutti gli «illuminati» autoproclamati. Aggiungerei che la maggior parte delle filosofie della storia, da Hegel e Marx fino a Huntington, Fukuyama o a qualsiasi altra escatologia, mette in scena modi di pensare che mi sono completamente estranei. 

Club Italie-France: Ha consacrato la sua vita ai libri. Oggi, che cosa può ancora offrire la letteratura che nessun’altra forma di espressione sembra in grado di dare? 

Jean-Paul Enthoven: La letteratura può offrire oggi ciò che ha sempre offerto all’umanità: la conoscenza del cuore umano, l’intelligenza dei sentimenti, dei vizi, delle passioni oscure o luminose, il gusto della libertà, l’esplorazione del Male, l’esperienza della condizione umana… Certo, questi tesori si possono ritrovare anche in altre forme d’arte, ma da molto tempo ho scelto le biblioteche e i libri come luogo privilegiato in cui cercare di comprendere il mondo. 

Club Italie-France: Viviamo in un’epoca in cui l’informazione circola a una velocità senza precedenti. Questa accelerazione è compatibile con la profondità del pensiero? 

Jean-Paul Enthoven: Ognuno ha la propria idea della bellezza… Io adoro gli tsunami di informazioni e, allo stesso tempo, adoro riflettere su questi tsunami, nei limiti delle mie capacità. Questo significa che la nostra epoca mi si addice. Ho avuto la fortuna di affrontarla preparato, grazie a una solida formazione classica, un patrimonio culturale che oggi, ahimè, è quasi impensabile. Non è necessariamente la condizione delle generazioni che oggi «entrano in scena». 

Club Italie-France: Pensa che oggi stiamo assistendo a una crisi della cultura o, più profondamente ancora, a una crisi della trasmissione? 

Jean-Paul Enthoven: La condizione stessa perché possa esistere una «trasmissione» è il rispetto che si nutre, o meno, nei confronti di chi trasmette. Ora, sembrerebbe che i maestri godano ormai di una cattiva reputazione. Le generazioni X, Y e Z preferiscono gli «influencer». Ecco perché, su questo punto, vedo addensarsi nuvole nere all’orizzonte. Per principio sono molto lontano da ogni pensiero reazionario o nostalgico di un passato spesso immaginario, ma devo constatare che la modernità tratta il passato con una brutalità e un’indifferenza che mi sgomentano. «Ho paura per il passato», si lamenta spesso il lucidissimo Alain Finkielkraut. Ebbene, condivido la sua paura. Che eredi saremo, se non ci sarà più alcuna eredità? 

Club Italie-France: Ha spesso evocato il rapporto complesso tra cultura e decivilizzazione. Quali sono oggi, secondo lei, i segnali più preoccupanti di questa decivilizzazione? 

Jean-Paul Enthoven: Mi perdoni, ma la parola «decivilizzazione» non appartiene al mio lessico. Ci sono sempre stati barbari e saggi, canaglie ed eroi, «teppistelli» e allievi dell’École Normale Supérieure. Non mi sento a mio agio con parole così ampie che, il più delle volte, non racchiudono altro che vento. La «decivilizzazione» ha sempre camminato accanto alla civiltà. La vera questione è sapere da quale parte si sceglie di stare. 

Club Italie-France: La bellezza può ancora rappresentare una forma di resistenza in un mondo dominato dall’immediatezza e dalla ricerca della redditività? 

Jean-Paul Enthoven: Ho sempre pensato che la bellezza avrebbe salvato il mondo. Non è una civetteria da parte mia, ma una constatazione, quasi un’esperienza. «Bach è l’unica giustificazione di Dio», scriveva con straordinaria lucidità Cioran. 

Club Italie-France: A forza di voler spiegare tutto, la nostra epoca non rischia di perdere il gusto del mistero? 

Jean-Paul Enthoven: Rivolgerebbe la stessa domanda a un fisico che cerca di «spiegare» il comportamento dei fotoni, dei neutroni e dell’antimateria? O a un chimico che vuole «spiegare», per combatterla meglio, la proliferazione delle cellule cancerose? Il «gusto del mistero» appartiene al mondo della fede, non certo a quello della razionalità e dell’intelligenza. Nessuno è obbligato a cercare di comprendere i meccanismi dell’universo o dello spirito umano. Se preferisse non capire nulla, da parte mia non avrei alcuna obiezione. I grandi mistici sono esseri affascinanti. Ma io amo anche i grandi medici, i grandi filosofi e i grandi specialisti delle sottigliezze. 

Club Italie-France: I social network favoriscono la reazione immediata. Il silenzio, la sfumatura e il dubbio sono diventati un lusso intellettuale? 

Jean-Paul Enthoven: L’umanità ha sempre preferito il riflesso alla riflessione, l’emozione alla ragione, il semplice al complesso e i sofisti a Socrate. Da questo punto di vista, i social network non hanno fatto altro che aggravare e accelerare il processo. 

Club Italie-France: L’intelligenza artificiale è ormai capace di scrivere, tradurre e persino comporre. Crede che un giorno potrà produrre una vera opera letteraria? 

Jean-Paul Enthoven: Assolutamente no, non ha alcun senso. L’intelligenza artificiale può produrre, nell’ambito della creazione, soltanto ciò che le è stato insegnato a produrre. Ora, una vera opera è, per definizione, qualcosa che non è mai stato prodotto prima. L’IA può ripetere, persino migliorare, delle creazioni standardizzate, ma non potrà andare oltre. Giuristi, assicuratori e ricercatori ne faranno un uso prezioso e utile. Gli artisti, invece, non sono coinvolti. 

Club Italie-France: Che cosa resterà, secondo lei, dell’umanesimo europeo se la memoria dei grandi autori cesserà di essere trasmessa alle nuove generazioni? 

Jean-Paul Enthoven: Traduco la sua domanda: che cosa si vedrà quando si sarà diventati ciechi? Oppure: di che cosa ci ricorderemo quando avremo perso la memoria? Più seriamente, sono sempre esistite, per esempio nel Medioevo o alla fine dell’età ellenistica, piccole comunità di studiosi che hanno tramandato i tesori del pensiero antico mentre il loro tempo annaspava nelle tenebre. Così è stato e così sarà anche in futuro. Basta un pugno di persone per custodire un’eredità e trasmetterla. Non è necessario essere la maggioranza. L’età democratica rende certamente le cose più complesse, ma nella sostanza nulla cambia. Datemi una manciata di sapienti e potrò attendere serenamente il prossimo Rinascimento. 

Club Italie-France: Ha conosciuto diverse generazioni di intellettuali francesi. Quali qualità essenziali possedevano forse più degli intellettuali di oggi? 

Jean-Paul Enthoven: Sa, i grandi intellettuali della mia adolescenza si sono sbagliati così clamorosamente sul mondo, si sono lasciati accecare a tal punto dall’ideologia – da Sartre a Foucault, da Althusser a Bourdieu – che non saprei preferirli agli intellettuali di oggi, certamente più modesti, ma anche migliori pastori, proprio perché non pretendono di guidare il proprio gregge. Se invece allude ai grandi maestri del pensiero del XX secolo, il discorso è diverso: l’intellettuale ha rinunciato al suo ruolo di Pizia, di consigliere dei principi, di confidente della Provvidenza. Personalmente vi vedo soltanto dei vantaggi. Raymond Aron ha definitivamente prevalso sul suo «piccolo compagno» della rue d’Ulm. Naturalmente non sto parlando del talento, che sa convivere benissimo con ogni genere di abbaglio. 

Club Italie-France: La Francia resta una grande nazione letteraria oppure stiamo assistendo alla fine dell’eccezione culturale francese? 

Jean-Paul Enthoven: Non spetta a me giudicarlo. E, in ogni caso, preferisco aspettare ancora un secolo o due prima di risponderle. 

Club Italie-France: Lei ha sempre intrattenuto un rapporto privilegiato con l’Italia. Che cosa rappresenta oggi la civiltà italiana in un’Europa alla ricerca di punti di riferimento? 

Jean-Paul Enthoven: L’Italia è sempre stata la maestra della felicità dell’Europa. Non vedo perché questo dovrebbe cambiare. In ogni caso, per me l’Italia è quasi una categoria morale. È una promessa di felicità e di fantasia. So bene che potrei essermi inventato una mia Italia, proprio come fece Stendhal, che aveva bisogno di un antidoto alla sua Francia popolata di notai, giuristi, bigotti, finanzieri e borghesi grenoblesi dallo spirito rigido e burocratico. Come lui, ho bisogno di sapere che esiste un Paese rivolto alla passione e alla bellezza, a tutto ciò che è nobile e gratuito come un cielo azzurro. Il genio di Stendhal è stato quello di imporre ai suoi lettori un’Italia mitica, che esiste forse solo per un terzo, o anche meno, di ciò che egli celebra in maniera così stendhaliana. Se invece mi parla dell’Italia contemporanea, la osservo da lontano e ho l’impressione che se la cavi piuttosto bene. Del resto, che io sappia, nessuna persona di buon gusto compra scarpe polacche, automobili rumene, design lussemburghese o cibo tedesco. Considerata la mia incompetenza in materia, ecco la risposta che posso darle. 

Club Italie-France: La cultura può ancora avvicinare i popoli quando la geopolitica sembra, ogni giorno di più, contrapporli? 

Jean-Paul Enthoven: Ciò che avvicina o divide i popoli non è la cultura, bensì i valori che condividono o che li contrappongono. La geopolitica non è altro che la traduzione, nello spazio, di questi valori. Da questo punto di vista, le tesi di Samuel Huntington mi sembrano più convincenti di quelle di Fukuyama. 

Club Italie-France: Le grandi opere ci rendono persone migliori oppure semplicemente più lucide sulla condizione umana? 

Jean-Paul Enthoven: Per me, come per ogni inguaribile proustiano, la lucidità va di pari passo con la bontà. Non riesco a concepire un’opera che accresca la lucidità senza, nello stesso tempo, accrescere anche la bontà e la tolleranza umana. Rabelais, Cervantes, Virgilio o Dante hanno reso gli uomini migliori e più lucidi. 

Club Italie-France: Se dovesse scegliere tre scrittori indispensabili per comprendere la nostra epoca, quali consiglierebbe e perché? 

Jean-Paul Enthoven: Tre? Sono davvero pochi, ma accetto il gioco restando, un po’ scioccamente, franco-francese. Direi dunque: 

  1. Voltaire, perché non c’è mai stato un amico più grande della libertà.  
  1. Proust oppure Balzac, perché nessuno ha descritto meglio il modo in cui le società nascono, funzionano e infine agonizzano.  
  1. Stendhal, perché è l’artista per eccellenza della felicità franco-italiana.  

Club Italie-France: Quale sguardo rivolge alla giovane generazione di scrittori francesi? Vede emergere nuove voci capaci di lasciare un segno duraturo nella letteratura? 

Jean-Paul Enthoven: Non amo giudicare le persone che appartengono alla mia stessa professione, anche se questo non mi impedisce di avere le mie preferenze. Sono sempre esistiti grandi scrittori rimasti invisibili ai loro contemporanei. Poi, con il tempo, le prospettive si chiariscono, i giudizi si decantano e si comincia a vedere con maggiore lucidità. 

Club Italie-France: Dopo una vita dedicata alle idee, qual è oggi il tema che la affascina maggiormente e al quale continua a tornare? 

Jean-Paul Enthoven: Nel settembre 2026 pubblicherò un Dizionario amoroso della felicità. Questo dice in modo molto esplicito ciò che mi interessa oggi e, in realtà, ciò che mi ha sempre interessato. Le «idee», come le chiama lei, contano ben poco se non ci aiutano ad avvicinarci a quello che gli Antichi chiamavano il Sommo Bene, cioè la felicità. «Gli uomini», scriveva Pascal, «sono sempre alla ricerca della felicità, perfino quelli che stanno per impiccarsi». 

Club Italie-France: Se oggi avesse vent’anni, dedicherebbe ancora la sua vita ai libri oppure sceglierebbe un’altra strada per comprendere il mondo? 

Jean-Paul Enthoven: Anzitutto, chi le dice che non abbia ancora vent’anni? Credo infatti che, nel profondo, ogni essere umano abbia sempre la stessa età per tutta la vita. Ci sono centenari che muoiono giovanissimi e bambini che nascono già vecchi. Tornando alla sua domanda, un po’ maliziosa, la mia risposta è sì, mille volte sì. È nei libri, e in nessun altro luogo, che si trovano gli strumenti che permettono agli uomini di comprendere il mondo. 

Club Italie-France: Infine, se dovesse trasmettere un solo lascito intellettuale alle generazioni future, quale sarebbe? 

Jean-Paul Enthoven: Ebbene, con Chamfort direi ai miei simili: «Godete della vita e fate sì che anche gli altri possano goderne, senza mai nuocere a nessuno.» Oppure, ricorrendoall’umorismo anglosassone: «Every second above the ground is a good one. » («Ogni secondo trascorso sopra la terra è un buon secondo.») 

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Intervista del

16 Luglio

Informazioni

Scrittore, editore e critico letterario
Jean-Paul Enthoven ha pubblicato cinque romanzi presso Grasset: Aurore, Ce que nous avons eu de meilleur, L’hypothèse des sentiments, Ce qui plaisait à Blanche, e, più di recente, Si le soleil s’en souvient. Inoltre, è autore di quattro saggi: Les enfants de Saturne (Prix Valery Larbaud), La dernière femme, Lignes de vie, e il Dictionnaire amoureux de Marcel Proust, che ottenne il Prix Fémina. Dopo essere stato responsabile della sezione «Idées», presso il Nouvel Observateur, è diventato editore presso Hachette, quindi Direttore Editoriale delle Editions Grasset fino al 2018 pubblicando al contempo rubriche letterarie su diverse riviste e soprattutto sul settimanale Le Point.
Edoardo Secchi - Presidente Club Italie-France
A cura di
Edoardo Secchi