Alain Elkann

Club Italie-France : Parliamo della sua doppia anima francese italiana: mamma torinese, papà francese. Lei si sente più italiano, francese o ebreo?

Alain Elkann : La lingua francese è l’unica che ho sempre parlato fin da bambino. Non saprei nemmeno dire come l’ho imparata: semplicemente la parlavo, da piccolo, ed è rimasta con me per tutta la vita. Fino ai quarant’anni ero solo francese, poi è stata approvata una legge che consentiva ai figli di madre italiana di acquisire la cittadinanza italiana. Così ho ottenuto la doppia cittadinanza. È stato un passaggio importante per me, perché, pur essendo anche francese, la lingua in cui scrivo è l’italiano. Sono uno scrittore di lingua italiana, quindi trovo giusto essere anche italiano. Mi piace questa doppia identità, questa appartenenza duplice. Però devo molto alla Francia, alla sua cultura e alla sua lingua.

Club Italie-France : Cosa deve alla Francia? 

Alain Elkann : La Francia rappresenta moltissimo per me. È il Paese di mio padre, dei miei nonni e di mia sorella e Parigi è una città cui sono molto legato: vi ho trascorso parte dell’infanzia. Diciamo che Torino e Parigi sono le mie città: le città della mia infanzia, della mia adolescenza, della mia giovinezza. Sono nato a New York di cui conservo però solo vaghi ricordi. I miei genitori hanno divorziato quando avevo circa quattro anni: mia madre è tornata a Torino, mio padre si è stabilito a Parigi. Così la mia crescita si è divisa tra queste due città. Vivevo e studiavo a Torino, con mia madre, ma passavo tutte le vacanze con mio padre, in Francia. Non ho mai studiato formalmente il francese, e questo è stato un vantaggio: a scuola studiavo italiano e inglese, mentre il francese l’ho appreso in modo naturale, parlato e letto. La mia cultura francese è nata così, da autodidatta. Fin da bambino leggevo molto. Ho iniziato con i libri illustrati di Babar e Le avventure di Tintin, poi sono arrivati i grandi romanzi come I tre moschettieri e Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas. Più avanti mi sono appassionato ai grandi autori dell’Ottocento francese: Stendhal, Flaubert, Hugo, Balzac. Per me, l’Ottocento è un secolo fondamentale per la letteratura francese. In seguito ho letto anche Camus e Sartre, sempre con grande interesse e partecipazione.

Club Italie-France : C’è un libro che ha nel cuore, un autore in particolare della letteratura francese?

Alain Elkann : La letteratura francese continuo a leggerla ancora oggi. Autori contemporanei come Michel Houellebecq o Emmanuel Carrère mi interessano molto. Quanto ai classici, dire se ho un libro “nel cuore” è difficile, ma Il rosso e il nero di Stendhal è sicuramente un romanzo di formazione fondamentale per me, così come La Certosa di Parma. Di Flaubert, oltre alla celebre Madame Bovary, trovo molto importanti L’educazione sentimentale, Bouvard et Pécuchet, e naturalmente I tre racconti. In un secondo momento, ho amato molto anche Camus, Lo straniero e, durante la pandemia, ho riletto La peste, che è tornata ad avere un significato straordinario. E poi ci sono altri libri fondamentali, come Voyages en Italie di Stendhal e il Viaggio in Italia di Charles de Brosses: due modi diversi di guardare il nostro Paese, ma in entrambi i casi con uno sguardo affascinato, curioso e spesso più penetrante di quello degli stessi italiani.

Club Italie-France : Le famiglie ebree dei suoi genitori, gli Elkann e gli Ovazza, hanno una storia straordinaria e drammatica…

Alain Elkann : Uno dei miei romanzi si intitola I soldi devono restare in famiglia ed è stato tradotto in tante lingue. È la storia di un testamento lasciato da mia nonna, Olli Ottolenghi, e racconta molto bene la diversità delle due famiglie ebree: quella italiana, sefardita, di mia madre, e quella francese, ashkenazita, di mio padre. È molto curioso, perché le due famiglie, pur così diverse, si ritrovarono per lo stesso motivo rifugiate a New York, durante la guerra, per loro fortuna. Io infatti sono nato lì. I miei genitori si sono conosciuti alla Columbia University, dove studiavano entrambi in quel periodo. Erano però molto diversi, e la sinagoga rappresentava un luogo di aggregazione fondamentale, perché all’epoca non è che tutti avessero amici americani. Era un altro mondo. L’America era lontana, anche culturalmente. I miei nonni italiani si stabilirono nel West Side, non lontano dalla Spanish and Portuguese Synagogue, che seguiva il rito sefardita, cui loro erano abituati. I miei nonni francesi, invece, vivevano nell’East Side, vicino alla sinagoga francese. Tutti questi rifugiati, italiani da una parte, francesi dall’altra, si ritrovavano attorno alla loro sinagoga. I riti erano diversi, certo. Ma l’antisemitismo era lo stesso: Hitler perseguitava indistintamente sefarditi e ashkenaziti.

Club Italie-France : Sua madre, Carla Ovazza, è stata una figura centrale non solo nella sua vita ma anche nella storia della comunità ebraica torinese, con un episodio drammatico come il suo rapimento, che segnò un’epoca…

Alain Elkann : Ho scritto un libro dedicato a lei, che si intitola Nonna Carla, in cui racconto gli ultimi mesi della sua vita. Lei è sempre stata una figura centrale: sia per me, che per i miei figli, per mio fratello, gli amici, tutti. Ha sempre suscitato un grande rispetto, perché era una persona particolare. Una donna molto semplice, in apparenza anche stranamente insicura, ma al tempo stesso incredibilmente forte, per qualche misteriosa ragione. Aiutava sempre i più deboli, era molto generosa, sempre preoccupata per gli altri. Una donna speciale, insomma, che ha attraversato prove non comuni. Da bambina fu espulsa dal liceo D’Azeglio di Torino, solo perché ebrea. Dovette partire all’improvviso, studiare prima in Svizzera e poi emigrare in America, senza conoscere una parola di inglese. Ha dovuto imparare un’altra lingua, vivere un’altra vita, affrontare l’esperienza della migrazione senza sapere se e quando sarebbe potuta tornare. Nessuno sapeva come sarebbe finita la guerra. La storia della sua famiglia, e quindi della nostra, fu segnata anche da un altro episodio drammatico, oltre al sequestro di mia madre. Il fratello di mio nonno, Ettore Ovazza, era un fascista convinto, profondamente legato all’ideologia. Denunciò i miei nonni e un altro fratello perché avevano lasciato l’Italia. Credeva che le leggi razziali sarebbero durate poco, che il fascismo avrebbe resistito. Scrisse anche dei libri allucinanti, era animato da una vera fede fascista. Non volle partire, né lasciò partire la moglie e i figli per la Svizzera. Nel 1943, quando arrivarono i tedeschi, furono tutti catturati e uccisi. Poi i corpi della moglie e dei figli vennero bruciati nella caldaia di un albergo. Questo episodio è riportato anche da Renzo De Felice nella Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo. Anche io ho raccontato questa vicenda, in forma romanzata, nel mio libro Piazza Carignano, pubblicato anni fa.

Club Italie-France : Lei è religioso? In che modo l’ebraismo ha influenzato la sua visione del mondo, della memoria e della responsabilità individuale?

Alain Elkann : Sono figlio di due ebrei, che si sono conosciuti in America per via delle leggi razziali e dell’antisemitismo. Quindi sì, direi che sono ebreo in modo molto profondo, esistenziale. È il mio destino, fa parte di ciò che sono. Io sono ebreo, punto. La religiosità, però, è qualcosa di molto personale. Credere o non credere, praticare o meno, sono dimensioni intime. Ma la mia appartenenza all’ebraismo è chiara, indiscutibile. E allo stesso tempo sono sempre stato molto interessato anche alle altre religioni, in particolare al cattolicesimo. Ho scritto un libro con il cardinale Carlo Maria Martini, e negli anni ho avuto molti contatti e amicizie nel mondo cattolico. Recentemente, per esempio, ho realizzato un’intervista a Oxford con un monaco domenicano che è stato nominato cardinale da papa Francesco: Timothy Radcliffe. Negli anni ho incontrato anche figure straordinarie come padre Arturo Paoli, missionario nelle favelas del Brasile, o il cardinale Roger Etchegaray, che fu l’ultimo occidentale ad aver incontrato Saddam Hussein. Sono molto amico della Comunità di Sant’Egidio, dell’arcivescovo Vincenzo Paglia e di tanti altri. Quando Carlo Azeglio Ciampi era Presidente della Repubblica, ricordo che una volta si votava proprio durante una festa ebraica in cui gli ebrei osservanti non potevano recarsi alle urne. Lui fece prolungare il tempo utile per votare anche la mattina successiva. Alcuni amici mi chiesero: “Ma perché non possono votare gli ebrei?”. E lì ho capito che c’era ancora tanta ignoranza, anche in buona fede, su cosa significhi essere ebrei. Così ho scritto due libri sull’ebraismo, uno dei quali particolarmente importante: Essere ebreo, realizzato con il rabbino capo di Roma, Elio Toaff. In quel libro risponde alle mie domande in modo diretto, accessibile, senza retorica. Ricordo che Ezio Mauro, all’epoca direttore de La Stampa, mi telefonò per ringraziarmi. Mi disse: “Hai fatto luce su aspetti dell’ebraismo che in Italia erano poco conosciuti”.

Club Italie-France : In Europa e in Francia assistiamo a un preoccupante ritorno dell’antisemitismo, spesso mascherato da retoriche politiche o ideologiche. Come interpreta questo fenomeno? È più paura, ignoranza o odio? 

Alain Elkann : Purtroppo, l’antisemitismo è un fenomeno endemico. È come una malattia cronica che conosce momenti di remissione e poi ritorna, periodicamente, con picchi violenti. Le ragioni sono molteplici. Alcune sono religiose: per secoli, fino a tempi recenti, nel mondo cristiano gli ebrei erano considerati un popolo “deicida”, accusa poi finalmente cancellata dalla Chiesa. Ma resta un antisemitismo ‘primario’, viscerale, che si manifesta quando si cerca un capro espiatorio, qualcuno su cui scaricare le colpe. È quello che accadeva nei pogrom, in Russia, in Polonia, nei luoghi attraversati dagli eserciti dove intere comunità ebraiche venivano massacrate. Esiste anche un antisemitismo intellettuale, più sottile, ma non meno pericoloso. Pensiamo, ad esempio, alla destra francese, o alla Germania prima della guerra. In Italia, il fascismo agli inizi non fu apertamente antisemita. Mussolini, tra l’altro, era legato sentimentalmente a Margherita Sarfatti, intellettuale ebrea, ed era persino interessato al sionismo. L’antisemitismo fascista, con le leggi razziali del 1938, arrivò più tardi, per ragioni esclusivamente politiche e di opportunità internazionale, legate all’alleanza con Hitler. A quel punto tutto cambiò: non si salutava più un ebreo per paura, per evitare ritorsioni. Questo passaggio è descritto molto bene in un libro straordinario di Stefan Zweig, Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo. Zweig racconta come, da scrittore tra i più famosi dell’Europa tedesca e austriaca, d’improvviso a Salisburgo nessuno lo salutasse più: la gente, quando lo incrociava per strada, fingeva di guardare le vetrine. Oggi ciò che fa più paura è l’indifferenza del mondo non ebraico. Giorgio Bassani, in Gli occhiali d’oro e ne Il giardino dei Finzi-Contini, ha raccontato con rara sensibilità cosa significhi subire l’umiliazione della discriminazione: quando tutto intorno a te cambia, quando gli sguardi si fanno diversi, quando ti rendi conto che non puoi più fare certe cose. Mio nonno era un ufficiale di cavalleria, e fu degradato. I professori universitari ebrei non potevano più insegnare. Sono ferite profonde, che segnano l’identità e la memoria di una famiglia.

Club Italie-France : Che ruolo può avere la cultura per contrastare questo? 

Alain Elkann : Proprio recentemente ho scritto un libro su Ezra Pound, Il silenzio di Pound, che fu un fascista fanatico e un feroce antisemita. Nel Novecento c’è stata un’interacorrente culturale, soprattutto in Francia, di scrittori, poeti e intellettuali di estrema destra: da Charles Maurras con l’Action Française, ai fratelli Daudet, fino naturalmente a Céline, che scrisse un pamphlet spaventoso, Bagatelles pour un massacre, in cui attacca gli ebrei con una violenza sconvolgente. Ezra Pound faceva trasmissioni radiofoniche di propaganda fascista e nazista anche fino alla fine della repubblica di Salò e sostenne pubblicamente il regime. E allora ci si pone una domanda difficile: è possibile che un artista possa essere, al tempo stesso, un grande talento e un antisemita violento, un razzista dichiarato? Purtroppo sì, gli esempi sono molti. Anche Degas, per citarne uno, nutriva sentimenti fortemente antisemiti. Tuttavia, non credo che né Céline né Pound, né altri come loro, abbiano mai potuto immaginare qualcosa di così spaventoso come Auschwitz. Ma la responsabilità culturale resta: ecco perché la cultura ha un ruolo fondamentale nel formare coscienze, nel ricordare, nel denunciare. Solo così si può provare a spezzare il ciclo dell’odio.

Club Italie-France : La Francia ospita oggi la terza comunità ebraica più numerosa al mondo. Un dato sorprendente, se si considerano le tensioni sociali, i casi di antisemitismo. Cosa ne pensa?

Alain Elkann : Mio padre è stato per molti anni presidente della comunità ebraica francese, il Consistoire Israélite, l’organo ufficiale che rappresenta gli ebrei di Francia. Ha dedicato gran parte della sua vita a sostenere e organizzare la vita ebraica, soprattutto aiutando gli ebrei che arrivavano dalla Tunisia, dall’Algeria, dal Marocco. Il punto è che in Francia esiste una netta separazione tra Stato e religione. Non c’è una religione di Stato. Anche se la Francia è tradizionalmente considerata un paese cattolico, la “figlia primogenita della Chiesa”, la laicità è un principio fondante della République. Questo ha consentito a ebrei, cattolici, musulmani e altri di convivere, almeno in teoria, su un piano di parità. Certo, la tradizione cattolica francese è profonda e importante. Basti pensare a scrittori come Mauriac o a tanti pensatori e filosofi di ispirazione cristiana come Monnier e Maritain. Ma allo stesso tempo, gli ebrei sono sempre stati molto presenti nella vita culturale e politica del paese, almeno fino alle leggi razziali. Con l’abolizione dei ghetti voluta da Napoleone, gli ebrei hanno cominciato a sentirsi parte integrante della nazione. Da allora sono nate grandi famiglie ebraiche che hanno dato un contributo rilevante alla cultura e alla società francesi. Ecco perché, nonostante l’antisemitismo e le difficoltà, tanti ebrei francesi continuano a sentirsi profondamente legati alla Francia.

Club Italie-France : A proposito di Medio Oriente: come osserva oggi, da intellettuale e uomo di cultura, il drammatico riacutizzarsi del conflitto israelo-palestinese?

Alain Elkann : Non c’è niente di peggio della guerra, qualunque essa sia. La mia generazione ha avuto un’enorme fortuna: per oltre cinquant’anni abbiamo vissuto in pace. È un fatto eccezionale, se pensiamo che fino a settant’anni fa francesi, tedeschi, inglesi erano in guerra quasi costantemente. Poi, improvvisamente, è nata l’Europa. Con tutti i suoi difetti, certo, ma con una moneta unica, con un’idea di pace condivisa. Oggi a un ragazzo francese sembra impensabile essere nemico di un italiano o di un tedesco. Questo è un cambiamento epocale. Eppure, oggi vediamo riemergere la guerra. In Europa, con il conflitto in Ucraina. In Medio Oriente, con l’ennesimo scontro che coinvolge Israele, un Paese molto criticato, ma che in fondo cerca solo di difendere i suoi confini e il suo diritto a esistere. Vivere in Israele è difficile. E purtroppo, quando ci si difende, a volte si finisce per esagerare: anche quando hai ragione, rischi di passare dalla parte del torto. Ma la realtà è che gruppi come Hezbollah, Hamas, l’Iran stesso, vogliono la distruzione di Israele. E così quel luogo che doveva essere un rifugio di pace, una sorta di restituzione dopo l’orrore dei campi di concentramento nazisti, si è trasformato in una realtà durissima. Durante la guerra in Libano di molti anni fa, telefonai a David Grossman. Gli chiesi come stava, e lui mi disse: “Sto bene, mio figlio è partito per il fronte, ma tornerà presto. Poi andrà a studiare in America perché vuole fare il regista”. Era il pomeriggio. Poche ore dopo, in serata, ricevetti la notizia che suo figlio era morto, colpito in combattimento. Un dolore inimmaginabile. Ovviamente, il sogno sarebbe quello della pace per tutti. Ma è molto complicato. Anche per i palestinesi: un popolo dal destino drammatico, che non sempre è stato realmente sostenuto neppure dai cosiddetti fratelli arabi.

Club Italie-France : Il rapporto tra Francia e Italia è ricco, complesso, a volte competitivo, spesso profondamente complementare. Dove vede le affinità più autentiche e le differenze più sottili?

Alain Elkann : Francia e Italia sono due Paesi “cugini”. Condividono una radice latina, due lingue neolatine, una cultura cattolica, pur in un mondo che oggi è molto più variegato, specialmente in Francia, dove vivono più musulmani e più ebrei rispetto all’Italia. Ma restano entrambe nazioni in cui il cattolicesimo ha avuto, e in parte ancora ha, un’influenza importante. Questo le distingue profondamente dai Paesi protestanti del Nord Europa, come l’Inghilterra o la Germania. Proprio per questa vicinanza, a volte emergono delle tensioni, delle “scaramucce”, ma sono quasi fisiologiche e si ricompongono facilmente, perché le affinità superano sempre le divergenze. Hanno una storia intrecciata, si sono influenzate a vicenda per secoli. L’unità europea è un progresso enorme. Pensare che tedeschi, francesi, italiani, spagnoli, greci, polacchi oggi siano alleati e amici, dopo secoli di guerre, è un cambiamento radicale. E dobbiamo sperare che questa unione si rafforzi, anche nei momenti difficili. Francia e Italia fanno parte dello stesso progetto europeo, ma finché non avremo una vera unione, con leggi comuni, una fiscalità condivisa, magari un esercito europeo, restano ancora dei margini di frammentazione. Tuttavia, certe spinte esterne, come l’atteggiamento aggressivo di Trump o la guerra in Ucraina, stanno paradossalmente incentivando i Paesi europei ad avvicinarsi di più. Perfino il Regno Unito, nonostante la Brexit, sembra più attento alla necessità di una difesa comune nel caso gli Stati Uniti si allontanassero dalla NATO. Ma se vogliamo osservare le differenze più sottili tra Francia e Italia, direi che sono di tipo culturale e “esistenziale”. L’Italia è un Paese dell’estetica, della bellezza: la pittura, la scultura, l’architettura, la musica. La Francia è un Paese più letterario e filosofico, dalla forte impronta cartesiana. I francesi tendono a pensare in modo strutturato, schematico, quasi matematico. Gli italiani, invece, sono più flessibili, meno sistematici, forse più moderni proprio per questa loro capacità di adattamento. E poi ci sono le differenze storiche. La Francia è una nazione millenaria. L’Italia è una nazione giovane, unita da meno di due secoli. Anche le lingue raccontano questo: il francese è una lingua unificata da secoli; l’italiano, invece, si è imposto tardi, e fino alla Seconda guerra mondiale la maggior parte degli italiani parlava il proprio dialetto. Eppure, tra questi due Paesi esiste una fascinazione reciproca. Penso alla passione di Stendhal per Milano, o a Nicolas Poussin, che visse tutta la sua vita a Roma. Paul Morand ha scritto pagine bellissime su Venezia. L’Italia resta una meta irresistibile per chi ama il bello, la cultura, la musica, la storia. È un luogo dell’anima, e questo, credo, non cambierà mai.

Club Italie-France : Francia e Italia riusciranno a cooperare nell’affrontare le sfide geopolitiche che si preannunciano nei prossimi anni soprattutto nell’ambito del Mediterraneo e dei rapporti con l’Africa…?

Alain Elkann : In realtà Francia e Italia collaborano già da anni, anche in ambiti strategici. Pensiamo, per esempio, al settore manageriale e industriale: i vertici delle maggiori aziende del lusso, un comparto fondamentale per entrambi i Paesi, sono spesso italo- francesi. Molti dei designer più richiesti a livello internazionale sono italiani, anche quando lavorano per maison francesi. Ma la cooperazione va oltre: riguarda i musei, le università, i centri di ricerca. Esistono forti legami accademici e culturali. E anche sul piano finanziario c’è un flusso continuo di investimenti, collaborazioni bancarie, partecipazioni incrociate. Il dialogo tra i due Paesi è già molto intenso e strutturato. Bisogna solo rafforzarlo e adattarlo alle nuove sfide geopolitiche, in particolare quelle che riguardano il Mediterraneo e i rapporti con l’Africa.

Club Italie-France : Parigi non è solo uno sfondo, ma una vera e propria protagonista dei suoi romanzi, con i suoi angoli, le passeggiate, i locali iconici e il tempo scandito con precisione. Quali sono i suoi luoghi del cuore nella città?

Alain Elkann : Nelle grandi città si vive soprattutto nei quartieri, e così faccio anch’io. Il mio “villaggio” ruota attorno al sesto e al settimo arrondissement, dove ci sono le cose che mi interessano di più: i musei, le università, gli intellettuali, insomma, la vita culturale. Nel settimo arrondissement ci sono l’ambasciata d’Italia, l’Istituto di Cultura, l’ambasciata russa, il palazzo del Primo Ministro. Intorno a quelle vie, la rue de Varenne, la rue de Grenelle, il boulevard Saint-Germain, quelle che un tempo erano chiamate il Faubourg Saint-Germain, fino ad arrivare alla Sorbonne, per me quella è casa. Il mio giardino a Parigi è il Jardin du Luxembourg: amo trascorrere il tempo lì, leggendo e contemplando la natura.

Club Italie-France : Qual è il suo hotel preferito a Parigi? E la sua libreria del cuore? Alain Elkann : La mia libreria preferita a Parigi è la Librairie Galignani. Quanto all’hotel, non lo svelo, anche se ce n’è uno dove vado sempre.

Club Italie-France : Lei ha scritto circa quaranta libri e realizzato migliaia di interviste nella sua carriera. Qual è l’intervista più bella, dal punto di vista umano, che ha fatto e perché?

Alain Elkann : La prima grande intervista della mia vita, probabilmente la più importante, è stata quella ad Alberto Moravia. Non avevo mai fatto un’intervista prima, ma avevo letto con grande passione una rivista americana, la Paris Review, che dedica una sezione molto approfondita a scrittori e poeti, chiamata Writers at Work. Proprio leggendo quelle interviste ho sentito il desiderio di diventare scrittore. Poi, all’improvviso, un editore francese, Christian Bourgois, chiese a me e a Moravia, con cui ero molto amico, di scrivere un libro intitolato Vita di Moravia. È stata un’esperienza incredibile: vivere accanto a questo grande scrittore per molto tempo, ascoltare la sua storia, spingerlo a raccontare tutto, è stato davvero formativo. Tra le interviste che ricordo con più affetto c’è quella alla regina Maria José, a Cuernavaca, in Messico. Una donna incredibile, anticonformista, con quegli occhi azzurrissimi e penetranti. Alcune sue risposte mi sorpresero molto: alla mia domanda se usasse il “tu” con Mussolini, rispose con decisione: “Per carità, no. Il ‘tu’ lo riservo solo ai miei figli, ai miei amanti, e anche a mio marito”. Le chiesi poi quanto fosse duro vivere in esilio e lei replicò in modo spiazzante: “Perché lei crede che sia divertente essere la moglie di un re, la nuora di un re, la figlia di un re?”. Un’altra intervista che porto nel cuore è quella a Reinhold Messner, lo scalatore. Mi colpì profondamente: lo guardavo, osservavo le sue mani e pensavo, “Che tipo di persona è uno che vuole scalare le quattordici montagne più alte del mondo con queste mani?”. Ricordo una mattina di settembre, sul tetto di un maso vicino a casa sua, nelle vicinanze di Bressanone, in un periodo in cui i meli sono carichi di frutti. Era una giornata splendida, e lui mi raccontava delle sue scalate. Fare interviste per me è sempre stato molto più che un lavoro: è un modo straordinario per imparare qualcosa di nuovo, giorno dopo giorno.

Club Italie-France : Che rapporto ha lei con la bellezza e con l’amore? Che spazio ha la bellezza oggi?

Alain Elkann : La bellezza è più forte di noi. Sono stato di recente in Irlanda con uno dei miei nipoti: abbiamo passeggiato nei parchi. Trovo straordinario che in una città come Dublino ci siano cervi nei parchi, alberi maestosi e bellissimi. Ricordo che durante la pandemia ero in campagna, con un albero proprio davanti alla finestra. L’ho visto pian piano germogliare, mettere le foglie, seguire l’evoluzione della natura. È stato emozionante. Mi viene in mente Moravia, che d’estate, nella sua casa di Sabaudia, passava ore a guardare il mare dalla finestra. La bellezza c’è. È contemplazione. Forse siamo noi a essere brutti. La bellezza ha una sua dolcezza, ma anche una violenza. Ricordo una volta che andai con Vittorio Sgarbi e un altro amico sulle pendici dell’Etna durante un’eruzione, mentre ci passava accanto un fiume di lava. Era come l’inferno, qualcosa di terrificante ma allo stesso tempo di incredibilmente bello. Poi, naturalmente, c’è l’arte: qualcosa che ti tocca dentro. Amo moltissimo la pittura italiana del Due, Tre e Quattrocento. Per esempio, una cosa che mi affascina e che fa sentire italiani è quando si va in un museo qualsiasi del mondo e si vede la pittura italiana. È come un faro, un punto di riferimento.

Club Italie-France : La sua famiglia è spesso sotto i riflettori, ma lei ne parla con pudore e profondità. Com’è il suo rapporto con i suoi figli, ora adulti?

Alain Elkann : Il rapporto con la mia famiglia è molto bello e intimo. Sono molto legato a tutti e tre i miei figli, ai loro figli, alle mie nuore: andiamo d’accordo e viaggiamo spesso insieme fin da quando loro erano piccoli. Oggi mi piace soprattutto viaggiare con i nipoti, che sono ormai grandi. Il collante di una famiglia è l’amore, volersi bene, accettare le differenze e trasformarle non solo in motivo di scontro, ma anche in occasione di crescita. John è un ingegnere, un industriale, molto attento all’innovazione tecnologica e al settore educativo. Lapo è una persona molto creativa, ha un gusto originale, ed è qualcuno che capisce molto bene l’estetica, i rapporti umani, la comunicazione. Ginevra, mia figlia, è una poetessa che lavora nel cinema. Per me la cosa più importante è che siano contenti di ciò che fanno. Anche i miei nipoti sono tutti diversi. Uno di loro voleva frequentare una certa università negli Stati Uniti, a Philadelphia, e ha studiato con grande impegno. Alla fine ce l’ha fatta. È stata una delle gioie più grandi della mia vita, perché io stesso avevo insegnato in quella università tanti anni fa nel dipartimento di letteratura. Ricordo una notte, alle due, mentre ero nella casa romana di Ginevra: squillò il telefono, era mio nipote, che mi comunicava di essere stato ammesso. Fu per me un’emozione fortissima. Mi sento molto fortunato di poter vedere crescere, oltre ai miei figli, anche i miei nipoti: è un regalo straordinario nella mia vita di tutti i giorni.

Club Italie-France : Lei dà dei consigli ai suoi nipoti?

Alain Elkann : Guardi, io do pochi consigli. Certo, alla base ci deve essere sempre la buona educazione, ma il consiglio principale che do è uno solo: lavorare. Ogni essere umano costruisce la propria vita attraverso il lavoro. Io, per esempio, ho voluto a tutti i costi diventare uno scrittore, perché avevo letto quelle interviste sulla rivista americana Paris Review. Così, un po’ da folle, ho scritto tre o quattro racconti, sono andato da Einaudi e ho chiesto se potevo incontrare Italo Calvino: avevo appena 18 anni. Invece di mandarmi via, mi hanno detto di aspettare un attimo. È sceso un altro importante personaggio della casa editrice, che mi ha detto: “Guardi, Italo oggi non c’è, ma se vuole mi dia i racconti, glieli faccio leggere.” Poi mi scrisse lo stesso Calvino. La mia vita è stata tutta così. Moravia mi telefonò a Parigi e mi disse: “Mi presenti il mio libro ‘1934’.” Io l’ho fatto, siamo andati a mangiare insieme e poi siamo diventati amici. Il segreto è lavorare e restare fedeli al proprio mestiere. Mi piace molto quella parola francese, “les métiers”, usata anche in inglese, che significa proprio “i mestieri”.

Club Italie-France : Sua figlia Ginevra ha scelto la strada della regia e della produzione. La creatività è diventata un ponte generazionale?

Alain Elkann : Ginevra non è nata nel mondo del cinema, non è figlia di un regista famoso, né è cresciuta in una città legata al cinema. Tuttavia, fin da bambina ha coltivato una grande passione per questo mondo. La sua massima gioia era vedere due o tre film al giorno. Dopo l’università, ha deciso di frequentare una scuola di cinema a Londra. Ha realizzato un corto, ha lavorato come aiuto regista con Anthony Minghella, è stata sul set come assistente di Bernardo Bertolucci e ha fatto anche un po’ la produttrice, fino a quando ha realizzato il suo primo film Magari. Anche lei, come me, ha seguito con tenacia la sua passione.

Club Italie-France : Lei viveva a Londra prima? Adesso dove vive?

Alain Elkann Vivo a Ginevra, dove ho studiato all’università e dove vive mia sorella, cui sono molto legato. Qui c’è il nucleo francese della mia famiglia. A Ginevra ho scritto i miei primi racconti e ho avuto i miei primi incontri con la letteratura, grazie a grandi personalità come il professor Jean Starobinski e lo scrittore Albert Cohen. Qui ho pubblicato anche il primo articolo della mia vita su un giornale che oggi non esiste più, La Suisse. Ho una grande passione per il castello di Chillon, vicino a Montreux, sul lago, dove fu imprigionato Lord Byron. Mi affascina pensare che proprio qui Dostoievski scrisse L’Idiota, uno dei romanzi che ho amato di più, e che Borges abbia definito Ginevra “una città ideale”. Amo questa città per la sua tranquillità, per il fatto che ci si sposta principalmente a piedi e per le ottime biblioteche che offrono molto spazio per leggere, scrivere e dedicarmi al mio lavoro. A Ginevra ho ritrovato i compagni di scuola e, soprattutto, ho ripreso a parlare francese dopo tanti anni trascorsi nei Paesi anglosassoni. Ginevra è anche legata alla mamma di Cavour, che veniva qui a rifugiarsi, quindi il mio lato piemontese ha un legame profondo con questa città, così come il mio rapporto con Parigi e la Francia è altrettanto forte. Mi piace questo ritorno, senza nostalgia, agli anni passati e il fatto di aver in qualche modo ricomposto la mia famiglia francese proprio qui.

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Intervista del

15 Luglio

Informazioni

Figlio di una famiglia ebraica profondamente segnata dalle vicende del Novecento, Elkann vive l’ebraismo come un’appartenenza profonda, spirituale e culturale, mai ideologica.
Autore di quaranta romanzi e di migliaia di interviste ai grandi protagonisti del nostro tempo, Elkann ha costruito negli anni una carriera fondata sulla curiosità, sull’ascolto e su un profondo amore per la parola scritta. Il suo percorso si snoda fra una rete di legami affettivi e culturali che si estendono dal Piemonte a Parigi, da New York a Londra, da Torino a Ginevra, città dove oggi vive e che descrive come un luogo dell’anima. In questa intervista parla del suo profondo legame con la cultura francese e con Parigi, del suo rapporto con la bellezza, dell’amore come collante familiare, del valore del lavoro come via per dare forma alla propria identità e del potere trasformativo della cultura, che attraversa le generazioni. E poi condivide ricordi e riflessioni sulla sua amicizia con Alberto Moravia, suo grande maestro e sulla relazione tenera e affettuosa con i suoi tre figli e con i suoi nipoti. Con sguardo lucido, riflette anche sul significato dell’essere ebreo oggi: un’identità che per lui si intreccia alla memoria, all’etica, alla responsabilità verso la storia e verso la parola. Un senso di identità che attraversa i suoi libri e che riaffiora, forte e delicato, anche nell’ultimo, Il silenzio di Pound. In un mondo che cambia in fretta, la sua voce resta un punto di riferimento per chi crede nella forza della cultura come spazio di libertà, di dialogo e di memoria.
A cura di
Stefania Conrieri