Imprenditori

Thomas Maurelli


Thomas Maurelli è il fondatore di Chimie Circuit, un'azienda che fornisce soluzioni per il trattamento, il riciclaggio e il recupero dei rifiuti. Il suo percorso atipico è una vera risorsa per capire i temi dello sviluppo sostenibile in un mondo globalizzato.

Imprenditore della settimana

Thomas Maurelli


Club Italia-Francia: Lei ha delle origini italiane. In che modo hanno influenzato il suo percorso professionale?

Thomas Maurelli: Il poeta Jean Cocteau diceva che gli italiani sono dei francesi di buon umore… Questa battuta del poeta per esprimere che in effetti le mie origini italiane hanno certamente influenzato la mia formazione. Metto più autenticità e cordialità nei rapporti professionali e tendo anche a non proiettarmi sempre nel tempo per evitare le congetture e dimenticare di agire o reagire. I problemi sorgono nel presente e le soluzioni devono essere trovate anche nel presente. Riassumendo, direi che l’influenza italiana è sul versante della flessibilità, della reattività e dell’opportunismo, eppure nella capacità di decidere rapidamente che si deve cercare, sempre di buon umore.

Club Italia-Francia: La sua azienda di riciclaggio Chimie Circuit è nata nel 1985. Può dirci qualcosa di più sull’attività di Chimie Circuit, la sua storia, i suoi obiettivi e la sua filosofia?

Thomas Maurelli: Brevemente, la nostra azienda ha ormai 35 anni. All’inizio eravamo semplicemente un semplice fornitore di prodotti chimici per il trattamento delle superfici e per l’industria dei circuiti stampati, da cui il nome dell’azienda (Chimie du Circuit imprimé). Poi, all’inizio degli anni ’90, i nostri clienti ci hanno chiesto di prendere in carico il processo di solubilizzazione e di recupero. A seguito di questa richiesta ricorrente, abbiamo deciso di sviluppare questa attività, in quanto i clienti non volevano più farlo perché gli distoglieva dal loro attività principale. È da lì che siamo entrati pienamente nel mondo del riciclaggio. A ben guardare, la nostra attività è simile a quella dell’industria mineraria, in entrambi i casi il lavoro riguarda minerali contenenti materie prime metalliche. La differenza è che da una parte i minerali sono estratti dai terreni, mentre dall’altra, provengono dalla produzione industriale. Per quanto riguarda i nostri obiettivi, sono, direi, classici. In primo luogo, mantenere ciò che abbiamo raggiunto e, allo stesso tempo, sviluppare nuovi mercati; poi, stiamo cercando di diversificare le nostre aree di approvvigionamento. Vogliamo fornire un alto livello di qualità del servizio ai nostri clienti ed essere riconosciuti come un partner perenne e di fiducia. Inoltre, puntiamo anche a mantenere e migliorare continuamente le nostre prestazioni ambientali attraverso il nostro efficace sistema di gestione. Infine, pensiamo che un rapporto di fiducia debba fondarsi sull’etica e non ridursi al mero aspetto economico.

Club Italia-Francia: Come si sviluppa in concreto il business del riciclo all’interno di Chimie Circuit? Quali settori sono mirati? Potrebbe descrivere il ciclo di vita tipico dei rifiuti trattati a Chimie Circuit?

Thomas Maurelli: Al punto di partenza dell’attività di riciclaggio e del ciclo di vita di un rifiuto nella nostra azienda, c’è la richiesta di un industriale. A questo punto, dobbiamo prima capire di cosa si tratta, conoscere il materiale per il quale l’industriale ci ha contattati. Poi, ne preleviamo un campione e facciamo delle analisi preliminari per qualificarlo per il trattamento e il recupero. Se lo è, formalizziamo un’accettazione preliminare del trattamento. Passiamo poi alla seconda fase, quella del trattamento, con prima di tutto la ricezione e il controllo di qualità del materiale consegnato, al fine di verificare che la merce sia conforme a quella analizzata nella prima fase. Per quanto riguarda le fasi di trattamento, abbiamo innanzitutto una fase di trattamento meccanico: il materiale passa attraverso i mulini per modellarlo e omogeneizzarlo secondo una precisa granulometria. E’ in questa fase che viene effettuato il “upgrading”, cioè la concentrazione del materiale estraendo meccanicamente i sottogruppi con un valore negativo, zero o basso. Alla fine di questa fase, otteniamo un primo concentrato, che sarà inviato ad un raffinatore di metalli non ferrosi o alla nostra catena di trattamento chimico. Questa è una fase supplementare di concentrazione dove mettiamo i metalli in soluzione (solvatazione) e poi li recuperiamo con processi elettrolitici. Ed è quest’ultimo concentrato ottenuto che andrà alla nostra fonderia e, una volta i metalli affinati, saranno fisicamente restituiti o riacquistati ai clienti.

Club Italia-Francia: Lei ha studiato storia e filosofia all’Università di Parigi 1 Panthéon-Sorbonne. I suoi studi hanno influenzato la sua visione dell’imprenditorialità? Come?

Thomas Maurelli: Ho studiato storia e filosofia, ma anche scienze umane, informatica e supporto decisionale. Chiaramente i miei studi non mi destinavano a guidare un’azienda. Tuttavia, tutte le discipline che ho studiato sono state utili a modo loro. La filosofia, nell’arte di porre problemi e di avere il più possibile una visione d’insieme di ciò di cui stiamo parlando. Un problema ben posto, rappresenta la metà del cammino fatto. Le scienze umane, nella comprensione dell’essere umano e che cos’è un’impresa se non un essere umano guidato da un progetto, la ricchezza non è altro che l’uomo, diceva Jean Bodin. Discipline come l’etnologia e l’antropologia mi sono state utili durante i miei viaggi all’estero, per evitare l’etnocentrismo e gli errori di apprezzamento che ne sarebbero derivati. Infine, l’informatica e il supporto decisionale mi hanno dato gli strumenti necessari alla gestione imprenditoriale, perché l’azienda è anche un sistema informativo e si basa su decisioni prese o da prendere.

Club Italia-Francia: Con il Covid-19, abbiamo visto gli effetti che una pandemia può avere in un mondo globalizzato. Questo periodo di lockdown ha portato anche la riflessione sullo sviluppo sostenibile, che oggi deve essere non solo una preoccupazione, ma anche un obiettivo. Perché siamo così in ritardo su questo argomento?

Thomas Maurelli: È chiaro che il fenomeno sanitario mondiale legato al Covid-19 ha cambiato i nostri comportamenti. Tuttavia, dobbiamo analizzare la realtà. In termini assoluti, possiamo deplorare il fatto che non ne facciamo abbastanza. Ma, rispetto ad altre regioni del mondo, l’Europa è un’ottima allieva. Ha investito molto nella ricerca e lo sviluppo, nel processo e nella creazione di quadri normativi, di norme e di certificazioni esigenti. Ma questo passo avanti sta diminuendo col tempo. Sia si può dire che l’Europa sta avanzando di meno, sia può pensare che i paesi che erano indietro stiano recuperando il loro ritardo e quindi rallegrarsi della riduzione del divario. La Cina e l’India, ad esempio, si sono lanciati nel riciclaggio e stanno facendo progressi molto rapidi in questo settore. La Cina sta educando la sua popolazione alla raccolta differenziata e non scherza su questo, ha chiuso le sue frontiere alle importazioni di rifiuti, soprattutto di plastica. Questo ha causato il caos nel mondo del riciclaggio, in particolare per l’Europa, che ora deve trovare una soluzione per i +/- 8 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica che la Cina non accetta più.

Club Italia-Francia: Ci si aspetta un calo del PIL a livello mondiale. Saremo in grado di costruire una ripresa economica basata su energie diverse dal carbone e dal petrolio e sostenibili dal punto di vista ambientale? Come rimanere competitivi con i paesi asiatici, che si preoccupano poco dell’inquinamento e del rispetto del pianeta?

Thomas Maurelli: Possiamo, alla condizione esplicita, però, di definire cosa sia questo nuovo paradigma, in modo che possa sostituire il vecchio “naturalmente”, perché come dice René Char, “infine, se distruggi, che sia con gli strumenti nuziali”… Non basterà neanche riprodurre i soliti modelli del passato chiamandoli “verdi” o “sostenibili”, perché non facciamo l’insolito con il solito e il “green washing” ha i suoi limiti. Un primo punto potrebbe essere l’introduzione di una fiscalità che favorisca la transizione verso un modello sostenibile dal punto di vista ambientale. Questo riguarda tutti, i privati, le aziende e una fiscalità incentivante può fare la differenza. Un secondo punto sarebbe quello di mettere la progettazione ecocompatibile al centro dell’economia, perché non è solo un concetto di marketing. Infine, un terzo punto sarebbe quello di conservare le nostre risorse, non esportandole più, e non delocalizzando più la produzione industriale, perché c’è un grande rischio che l’industria del riciclaggio e la fonte di occupazione che rappresenta scompaiano per mancanza di materiali da trattare o che si segua la strada della delocalizzazione, per avvicinarsi ai centri di produzione industriale. Mi sembra ovvio che mantenere il nostro vantaggio nel campo del riciclaggio è correlativo al mantenimento delle industrie di questo settore, altrimenti il nostro vantaggio avrà durato tanto. Questo punto fa anche parte della risposta alla domanda su come rimanere competitivi e mantenere la nostra leadership nel riciclaggio rispetto all’Asia.

Club Italia-Francia: L’Italia e la Francia hanno un rapporto molto stretto e i loro scambi economici sono molto fiorenti. Qual è la situazione del tasso di riciclaggio in Francia, in Italia e in Europa? Avete clienti in Italia? Sarebbe possibile creare delle nuove sinergie tra la Francia e l’Italia per nuovi progetti comuni sull’argomento dello sviluppo sostenibile?

Thomas Maurelli: L’Italia è stata sotto molti aspetti un modello in termini di riciclaggio. Ha il tasso di riciclaggio più alto in Europa con il 76,9%, mentre la media europea è del 37% e al 54% della Francia. In questo successo, va sottolineato il ruolo fondamentale svolto dal CONAI (Consorzio Nazionale Imballaggi), che riunisce 90.000 aziende, lavora in collaborazione con l’associazione delle città italiane e i cui obiettivi sono superiori a quelli europei. Oggi, 1.250 comuni sono riusciti a selezionare il 65% dei loro rifiuti; il 78,2% degli imballaggi prodotti in Italia non va in discarica, il che supera l’obiettivo europeo del 65%. Infine, il Bel Paese è anche leader in termini di consumi di energia rinnovabile con il 20%. La Francia, d’altra parte, è un paese povero per quanto riguarda la questione dei rifiuti, particolarmente i rifiuti di plastica. Li ricicla poco: solo il 26,46% viene riciclato, anche se è il maggior produttore europeo di rifiuti plastici, laddove l’Italia raggiunge il 41%. Per quanto riguarda le nostre relazioni con l’Italia, li abbiamo sempre avuti. Che siano clienti o fornitori di macchine utensili. Attualmente, uno dei nostri maggiori acquirenti di concentrato di materiale si trova in Italia, in Toscana precisamente. Devo ammettere che apprezzo coniugare l’utile e il dilettevole quando ci vado… Vedo due sinergie possibili in termini di sviluppo sostenibile tra questi due Paesi, la prima sul tema dei trasporti, soprattutto ferroviari, e la seconda sui rifiuti plastici, particolarmente con il Mediterraneo, che sembra essere in uno stato problematico. Il Mediterraneo rappresenta meno dell’1% dell’acqua del pianeta, ma è uno dei livelli di inquinamento più alti del mondo. 600.000 tonnellate di plastica vengono scaricate nel Mediterraneo ogni anno. La Francia, il maggior produttore di rifiuti in plastica della regione, con 4,5 milioni di tonnellate, ci si dovrebbe interessare di più.

written byDaisy Boscolo Marchi
Daisy Boscolo Marchi

26 Maggio 2020

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