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Gilet Gialli

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Chi sono i gilet gialli? Sono un fenomeno reale? Come sono nati? Cosa chiedono al presidente Emmanuel Macron? In due mesi e mezzo hanno rivoluzionato le modalità di fare pressione sul governo francese. Hanno attirato l’attenzione dell’Europa e trovato consensi trasversali. Sono stati imitati in altri Paesi del Vecchio continente, nel Maghreb e perfino in Israele. Hanno messo all’angolo i sindacati, spiazzati da una nuova forma di protesta senza leader riconoscibili. Hanno bloccato la Francia, paralizzando le arterie nei primi fine settimana di mobilitazione e reso la vita impossibile all’Eliseo. Tutto con il sostegno morale di buona parte della popolazione che nonostante le violenze e le devastazioni registrate in alcune manifestazioni ha continuato a dirsi vicina alle rivendicazioni della cosiddetta “Francia rurale”.

               Possibile analizzare il fenomeno. Ma per farlo bisogna ripercorrere alcune tappe salienti della presidenza Macron e certe riforme messe in campo dal predecessore François Hollande, che questo governo non ha del tutto rinnegato: per esempio i rincari sui prezzi dei carburanti, che hanno innescato la protesta prima di lasciare spazio ad altre istanze.

               Dopo la retromarcia del governo, infatti, e le misure sociali annunciate da Macron per placare la rabbia dei gilet gialli, la rivendicazione si è estesa al cosiddetto Referendum di iniziativa civica con cui la Francia silenziosa, periferica, che si è sentita abbandonata e tartassata da un presidente “dei ricchi”, ha ripreso vigore. E’ tornata in piazza, si è organizzata per isolare i casseur, infiltrati tra i gilet gialli, ed è diventata qualcos’altro: un movimento orizzontale a cui non basta ricevere sgravi fiscali o premi aziendali per dimenticare anni in cui il potere d’acquisto si è drasticamente ridotto.

               E’ parso subito chiaro che il casus belli fosse soltanto la goccia in un vaso già pieno di rancore: verso un presidente percepito troppo distante dalla cittadinanza e incapace di ascoltare il Paese. Un capo dello Stato, non un capo popolo né tantomeno un leader, eletto da élite parigine che non ha mai goduto di un vero e proprio consenso nel resto della Francia.

               La disillusione si è tradotta nella cessazione, non traumatica ed anzi mobilitante, della possibilità di illudersi che Macron potesse essere il presidente “di tutti” come promesso in campagna elettorale. Che il suo movimento ribattezzato La République En Marche potesse svolgere operazioni di ascolto “dal basso”, realizzando quella rivoluzione politica che nel maggio 2017 sembrava in grado di azzerare i corpi intermedi e riuscire comunque a recepire i problemi di una nazione.

               Così non è stato. Così sono nati i gilets jaunes. Un movimento frastagliato, contraddittorio, dai metodi discutibili, infiltrato da violenti e da pulsioni islamiste e antisemite che però ha cambiato l’agenda politica più di ogni altra organizzazione francese dal Dopoguerra a oggi.

               Peggio, sono entrati in un gioco elettorale transnazionale che ha portato Macron a richiamare l’ambasciatore in Italia scatenando la più grave crisi diplomatica tra Parigi e Roma degli ultimi settantanove anni.

Autori

Gaia Cesare, giornalista, si occupa di Esteri dal 2000. Ha lavorato per IlNuovo.it, Mediaset e Il Foglio. È approdata al Giornale facendo la strada al contrario, prima Internet, poi la televisione e la carta stampata.

Francesco De Remigis, teramano, 1984. Segue la Francia per il Giornale. È giornalista professionista e autore radiofonico. Per il quotidiano di Via Negri ha raccontato le Primavere arabe dalla Tunisia e dal Marocco, seguito le elezioni europee 2014 da Bruxelles e le ultime due elezioni presidenziali da Parigi.

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