Gabrielle Halpern - Personalità Club Italie-France

Gabrielle Halpern

 

Club Italie-France: Il mondo ha bisogno di nuovi filosofi ma spesso ci sembra di fare riferimento alle menti brillanti del passato. Qual è il motivo secondo lei?

Gabrielle Halpern: Avendo trascorso parte della mia vita a leggere e a rileggere i filosofi antichi, direi che la loro forza risiede nell’atemporalità delle risposte o delle riflessioni che hanno saputo fornire a domande universali e fondamentalmente umane che riguardano tutti noi. È la prova del tempo che conferma il valore e la forza di una filosofia. Se è vero che abbiamo sviluppato le tecnologie più sofisticate e che abbiamo un mondo che non ha più molto in comune con quello di Platone, Kant o Rousseau, è altrettanto vero che ci troviamo di fronte ai medesimi interrogativi sulla vita, sulla sofferenza, sul rapporto con noi stessi e con gli altri, sulla felicità, sulla morte e sul male. Queste domande sono insolubili, o meglio, spetta a ogni generazione e a ciascuno di noi rifletterci, affrontarle, filosofo o non. Il filosofo Cartesio diceva che leggere gli scrittori o filosofi antichi era come «una conversazione con le persone più oneste dei secoli passati.» Tale conversazione ha un che di rassicurante, poiché ci insegna che nessuno è solo di fronte ad affanni, dubbi o contraddizioni. Viverli significa essere umani e leggere i filosofi antichi consente non di attenuare il dolore e l’angoscia, ma di rendersi conto che l’intera comunità ne è solidale. Qualche giorno fa ho riletto le parole di Seneca e mi sono imbattuta su questa piccola perla che condivido con voi: «Nessun secolo ci è precluso, possiamo accedere a tutti quanti (…). Possiamo conversare con Socrate (…), vivere in riposo con Epicuro, sconfiggere la natura umana con gli Stoici, superarla con i Cinici (…). Non vi è nessuno, tra loro, che ti costringerà a morire, ma ti insegneranno tutti in che modo si muore; non esauriranno i tuoi anni, ma aggiungeranno i loro ai tuoi (…). Prenderai da loro tutto ciò che vorrai; e non dipenderà da loro che tu non attinga quanto desideri (…). Le grandi menti formano delle vere e proprie famiglie; scegli quella in cui vuoi essere ammesso (…). Questi grandi uomini ti condurranno all’eternità.» Infine, queste menti brillanti ci insegnano l’umiltà; studiarle regolarmente è un promemoria salutare contro ogni forma di arroganza intellettuale.

Come lei giustamente dice, il mondo ha bisogno di nuovi filosofi, perché dobbiamo pensare a ciò che ci circonda e a ciò che sta per avvenire. Quando si parla di nuove tecnologie, ad esempio, non si tratta di sapere se questo o quello è buono o cattivo, ma di capire qual è la posta in gioco, perché gli esseri umani sentono il bisogno di sviluppare questi strumenti e cosa questo dice di loro. In sintesi, è pensando alle nuove tecnologie e al nostro rapporto con esse che decideremo la nostra concezione di ciò che significa essere umani. Che tipo di esseri umani vogliamo essere? Che tipo di esseri umani lasceremo che le nuove tecnologie ci rendano? Prendiamo un altro esempio di questione filosofica: quello dell’ospitalità. Questo concetto sembra un po’ datato e fuori moda, eppure forse cristallizza molte delle questioni che stiamo affrontando e che affronteremo in futuro. Che tipo di ospitalità siamo disposti a offrire alla Natura? Che tipo di ospitalità siamo disposti a offrire ai nostri giovani? Che tipo di ospitalità siamo disposti a offrire alla vecchiaia? E soprattutto, che tipo di ospitalità siamo pronti a offrire al futuro? La filosofia va inculcata ovunque.

Tuttavia, a mio avviso, per riflettere su questi temi abbiamo bisogno di filosofi che non siano chiusi nel mondo delle idee o nelle loro biblioteche, al riparo dal mondo e dalla gente. Come diceva giustamente Nietzsche: «Io stimo tanto più il filosofo quanto più egli è in grado di fornire un esempio». Abbiamo bisogno di filosofi che abbiano un piede nella realtà, che non abbiano paura di vederla o di viverla e che sappiano parlare con chiunque. Mi hanno sempre sconvolto i filosofi che parlano o scrivono in modo complicato, come se ne traessero un piacere malizioso. Oltre al disprezzo sociale che ne deriva, queste frasi altisonanti creano ferite in tutti coloro che vorrebbero accedervi. Se vogliono pensare al mondo con precisione – e, attraverso il loro pensiero, contribuire a trasformarlo – i filosofi devono aver imparato a conoscerlo, in profondità. Non ho mai capito questa assurda distinzione tra il mondo dell’azione e quello della contemplazione. Quello che dico non sono solo parole vuote… è quello che faccio! Contemporaneamente alla mia carriera accademica, ho lavorato in vari gabinetti dei ministri e poi ho co-diretto un incubatore di start-up. Queste esperienze professionali, molto diverse tra loro, sono confluite nel mio lavoro di ricerca come filosofo e mi hanno permesso di entrare in contatto con situazioni molto concrete. Avendo portato avanti il mio dottorato in filosofia e la mia vita professionale allo stesso tempo, ho visto come la mia tesi si sia arricchita di tutti i casi di studio quotidiani con cui mi sono confrontata, e ho intrecciato teoria e pratica. Tutto questo mi ha portato a una convinzione: il ruolo del filosofo nella città non è né in un mondo né in un altro, ma al centro dei mondi, con un piede in ciascuno di essi, con la missione di creare ponti tra questi mondi. Ecco cosa significa, per me, essere un filosofo oggi!

Club Italie-France: Nel suo libro «Tous centaures! Éloge de l’hybridation», edito da Le Pommier, nel 2020, lei affronta il tema dell’«ibridazione». Può spiegarci questo concetto?

Gabrielle Halpern: Ho dedicato la mia tesi di dottorato alla questione dell’ibridazione, perché quasi quindici anni fa ho percepito i deboli segnali di un’ibridazione che riguarda molti settori della nostra vita e che probabilmente diventerà una tendenza importante nel mondo a venire. Io definisco l’ibridazione come «connubio improbabile, ossia di servizi, settori, attività, destinazioni, professioni, persone, usi, competenze e generazioni che, di primo acchito, hanno poco a che fare l’uno con l’altro, o addirittura sembrano in contraddizione, e che, insieme, daranno origine a qualcosa di nuovo: un terzo uso, un terzo luogo, un terzo servizio, una terza professione, un terzo modello… In sintesi, l’ibridazione crea nuovi mondi!»

Prendiamo alcuni esempi molto concreti… Possiamo notare questa ibridazione su scala urbana: i progetti di rinverdimento si moltiplicano, le fattorie urbane si sviluppano a tal punto che il confine tra città e campagna diventa sempre più labile. Lo stesso vale per i mondi professionali, i percorsi formativi e le professioni che si stanno progressivamente intrecciando; oggi ci si sente più liberi di essere avvocati-designer, filosofi-startupper o fisici-avvocati! Nelle scuole, nelle università, nei laboratori di ricerca, nelle aziende e nelle amministrazioni pubbliche, si assiste a un numero sempre maggiore di legami interdisciplinari e di collaborazioni intersettoriali. Si stanno affermando nuovi modi di vivere, con il coliving, dove le persone condividono una lavanderia, una stanza per gli ospiti, una cucina o persino un’auto a misura di edificio; le scuole rurali trasformano la loro mensa in un ristorante per tutto il villaggio e aprono le porte agli anziani per insegnare loro a usare il computer. Le regioni stanno anche assistendo allo sviluppo di «terzi luoghi»: luoghi insoliti che uniscono le attività economiche alla ricerca scientifica, all’innovazione sociale o alle infrastrutture culturali. Domani tutti i luoghi saranno terzi luoghi, che uniscono attività, platee e usi diversi: questo riguarderà scuole, musei, ristoranti, alberghi, sedi aziendali, stazioni ferroviarie, uffici turistici, municipi e gallerie commerciali. Già si vedono mostre di pittura nei centri commerciali, residenze di artisti negli alberghi e asili nido nelle case di riposo! Questi fenomeni di ibridazione creano nuove solidarietà (ibridazione sociale e generazionale), ricongiungono ciò che era stato artificialmente separato (ibridazione territoriale, economica, professionale, scientifica, artistica) e costruiscono ponti tra mondi (tra artigianato e tecnologia digitale, ad esempio; tra salute e cultura; tra agricoltura e istruzione, ecc.)

Questa tendenza all’ibridazione è un segno positivo di come forse stiamo imparando ad affrontare il mondo in modo diverso, a pensare e ad agire in modo diverso. Non ce ne rendiamo conto, ma finora abbiamo passato le nostre giornate a ordinare tutto in scatole: i nostri territori distinguendo tra il cuore della città, la periferia e la campagna; le nostre professioni distinguendo tra occupazioni manuali e intellettuali; le generazioni distinguendo tra i giovani e quelli che modestamente e ipocritamente chiamiamo «senior»; le situazioni che affrontiamo e le persone che incontriamo. Il nostro cervello è stato trasformato in una fabbrica per la produzione di scatole in serie e, agendo in questo modo, non solo ci sfugge completamente il senso della realtà, ma la maltrattiamo facendola a pezzi.

L’ibridazione che invoco – e che per me non si riduce a un semplice lavoro di ricerca filosofica, ma è un vero e proprio progetto per la società – mira a riconciliare i mondi e ad abbattere gli assurdi confini che abbiamo creato tra professioni, settori e generazioni. L’ibridazione sociale, economica, professionale, settoriale, territoriale e generazionale è la grande sfida pubblica – e quindi politica – dei prossimi anni, se vogliamo abbattere le attuali divisioni.

Club Italie-France: Il concetto di «ibridazione» può essere applicato alla finanza, o meglio alla Compliance (la lotta al riciclaggio di denaro e al finanziamento del terrorismo), almeno per migliorare gli approcci in un momento storico così delicato? E in tal caso, come?

Gabrielle Halpern: Per quanto riguarda la finanza in quanto tale, si stanno effettivamente sviluppando approcci ibridi che ci fanno riflettere sul futuro di questo settore. Sempre più aziende rivendicano un ruolo sociale e la loro capacità nel combinare aspetti finanziari e non diventerà la chiave per rivalutare la loro performance e il loro impatto. La crescente importanza dei criteri ambientali, sociali e territoriali, anche dal punto di vista legislativo, sta incoraggiando le aziende a considerare le loro prestazioni economiche e finanziarie tanto quanto quelle sociali, ambientali, energetiche o territoriali. Se finora un direttore finanziario era un direttore finanziario e un direttore CSR era un direttore CSR, la portata delle loro missioni è chiamata ad ibridarsi al punto che il direttore finanziario di domani dovrà imparare a diventare anche un direttore non finanziario. Ciò si riflette, ad esempio, nell’ibridazione dei bilanci, dove compaiono criteri ambientali, con la cosiddetta «tripla rendicontazione.»

Allo stesso modo, continuare a classificare la logica economica e la logica sociale indipendentemente l’una dall’altra, come se non avessero alcun legame, diventerà sempre più arcaico: domani, ciò che costituirà il vantaggio competitivo di un’azienda sarà la sua capacità di ibridare queste logiche apparentemente diverse, persino contraddittorie, più rapidamente, più efficacemente e più originalmente di altre, e di portare con sé l’intera catena del valore: fornitori, subappaltatori, clienti, lavoratori, regioni, partner pubblici, investitori, scuole e persino concorrenti! In concreto, abbiamo visto, ad esempio, aziende concorrenti unire le forze per mettere in comune i loro rifiuti organici al fine di metanizzarli e produrre energia insieme…

L’ibridazione del ruolo del finanziere sta avvenendo anche a un altro livello: stiamo assistendo alla nascita di fondi di investimento che finanziano la transizione energetica e la decarbonizzazione delle imprese E che gestiscono l’intero sviluppo e la gestione dei lavori da realizzare in queste imprese; si tratta di ibridare la professione dell’investitore! La finanza non sfugge quindi alla grande tendenza all’ibridazione a cui stiamo assistendo, e dovrà riuscire a staccarsi dalle proprie sfere e dalle proprie vecchie categorie…

Club Italie-France: Se l’«ibridazione» è vista come una forza di nuovo arricchimento culturale e creatrice di nuovi mondi, può essere una risposta definitiva all’IA? Nel senso di una risposta decisa al fatto che a volte anche l’intelletto umano, se ben addestrato e diretto, può raggiungere risultati impensabili e superiori a quelli ottenuti da una macchina?

Gabrielle Halpern: Non mi fido delle risposte definitive, soprattutto nel nostro mondo, che è fatto di verità provvisorie… Quindi, quando si parla di intelligenza artificiale, come in altri campi, non può esistere qualcosa di definitivo! Ma la ringrazio per la sua domanda, perché mi consente di chiarire il mio pensiero e forse di chiarire un equivoco. La mia definizione di ibridazione non ha nulla a che vedere con quella che viene usata quando alcuni parlano di «ibridazione uomo-macchina»… A mio avviso, questa è una distorsione del termine ibridazione e, in ogni caso, non ha nulla a che vedere con la filosofia dell’ibridazione che sto elaborando. L’ibridazione può esserci solo con l’alterità! Parliamo sempre delle nuove tecnologie come se fossero un’entità a sé stante, come se avessero un’esistenza propria, come se fossero un’alterità rispetto a noi. Ma queste tecnologie, queste macchine, questi robot non sono un’alterità per noi, bensì una nostra produzione, una parte di noi stessi. Ci possono essere alleanze, ci può essere un sostegno, ma non un’ibridazione. La figura del cyborg non è affatto un’ibridazione tra uomo e macchina. L’ibridazione implica l’incontro e l’intreccio di entità distinte, ciascuna eterogenea rispetto all’altra. Da questo punto di vista, non c’è eterogeneità tra l’essere umano e la macchina. Detto questo, il mio ruolo in quanto filosofa non è tanto quello di assumere una visione morale dell’intelligenza artificiale, quanto quello di cercare di capire il perché gli esseri umani abbiano avuto bisogno di svilupparla. A cosa si riferisce?

Quando sono apparsi sulla scena, gli esseri umani avevano relativamente pochi vantaggi rispetto agli altri animali che li circondavano. Come scrisse il filosofo tedesco Immanuel Kant, la natura non ha dato agli esseri umani le corna di un toro, gli artigli di un leone, le zanne di un cane o le ali di un uccello. Come possiamo sopravvivere in queste condizioni nel vasto mondo? Come possiamo proteggerci dai predatori e difenderci senza essere ad armi pari? Come affrontare i fenomeni naturali e prepararsi ad affrontarli? Per quanto non viziati dalla natura, gli esseri umani non sono stati completamente ignorati da essa, che li ha dotati di mani e intelligenza. Ma in che modo questi attributi avrebbero permesso agli esseri umani di affrontare la situazione? Sarebbero stati sufficienti? Per non parlare del fatto che, pur avendo cinque sensi, sono relativamente poco sviluppati rispetto all’olfatto del cane, all’acutezza visiva dell’aquila e all’udito di un pipistrello o di un delfino! Come potrebbe quindi la nostra intelligenza affrontare il mondo basandosi su dati così fragili, parziali e limitati come quelli forniti dai nostri cinque sensi?

L’essere umano era privo di artigli, corna, ali e squame, ma poco importa, lungi dall’essere scoraggiato, con la sua intelligenza e le sue mani, iniziò a costruire strumenti che avrebbero decuplicato la sua forza e sopperito alle sue debolezze. Selce, martello, ascia… Ma se tutti questi dispositivi – queste protesi, per così dire – gli permettevano di giocare più o meno ad armi pari con gli altri animali, permaneva un problema rilevante: la finitezza dei suoi cinque sensi, la loro tendenza a cadere troppo facilmente nelle illusioni ottiche e la scarsità di informazioni che erano in grado di portargli dal mondo esterno per mettere in moto la sua intelligenza e trasformarla eventualmente in conoscenza. Bisognava quindi andare oltre: far progredire le scienze e ideare nuovi strumenti. Occhiali, telescopi, stetoscopi… Ma le informazioni fornite da questi strumenti erano ancora troppo disperse, troppo poche e troppo difficili da analizzare. Non gli permettevano ancora di avere una buona visione del mondo con cui confrontarsi. Doveva usare le sue mani e la sua intelligenza per trovare un modo per aumentare la quantità di dati, analizzarli il più rapidamente possibile e persino prevedere ciò che sarebbe accaduto calcolando le probabilità. Così ha sviluppato tecnologie in grado di soddisfare il suo desiderio di conoscere il mondo e di soddisfare il suo istinto di sopravvivenza. Le imprese non sono poi così diverse dagli esseri umani: utilizzano tecnologie come l’intelligenza artificiale nella speranza di comprendere meglio il mondo in cui si sviluppano. Più che uno strumento, l’intelligenza artificiale sta diventando per gli esseri umani un simbolo di ciò che potrebbe aiutarli a vivere e sopravvivere.

Ma oggi sorge una domanda: se millenni fa eravamo in pericolo di fronte alla Natura, questo pericolo è ancora lo stesso e i rapporti di forza non si sono invertiti? Se le minacce per gli esseri umani non sono più le stesse, significa che questi strumenti stanno gradualmente svolgendo un ruolo diverso. Sembra infatti che tutto stia accadendo come se non volessimo più solo capire il mondo e renderlo meno imprevedibile, ma anche controllarlo, dominarlo e ricrearlo a nostra immagine e somiglianza. I nostri sforzi per allontanarci dal mondo animale, rifiutando «la bestialità» che è in noi, per usare le parole dell’etologa Jessica Serra, e per avvicinarci al divino, sollevano delle domande. All’inizio Dio ha creato il mondo, poi l’uomo si è messo a ricrearlo… Nel cercare l’immortalità, l’onniscienza e l’onnipotenza per assomigliare agli dei, perderemo la nostra unicità di esseri umani?

Club Italie-France: Sembra che l’uomo abbia smesso di ragionare, delegando le sue scelte a metodi ripetitivi, che non abbia imparato nulla dal passato. È questo il futuro che ci meritiamo, pieno di conflitti, instabilità e impoverimento?

Gabrielle Halpern: Gli esseri umani non imparano alcunché dal passato e negli ultimi anni ci siamo resi conto di quanto sia illusoria la frase «chi ha dimenticato il passato è condannato a riviverlo»: purtroppo si può conoscere molto bene la Storia e cadere comunque nelle sue trappole. L’educazione, la cultura e l’arte non impediscono la barbarie, il che significa che una mente colta e istruita non è sufficiente. Le menti colte devono essere anche buone e coraggiose. Ma siamo giusti verso il tempo e non abbelliamo il passato: gli esseri umani erano migliori prima? No. È qui che la rilettura delle menti brillanti dei secoli passati offre spunti di riflessione e mette le cose in prospettiva. Immanuel Kant scriveva già ai suoi tempi: «È così comodo essere minorenni! Se io ho un libro che pensa per me, se ho un direttore spirituale che ha coscienza per me, se ho un medico che decide per me il regime che mi conviene ecc., io non ho più bisogno di darmi pensiero di me. Non ho bisogno di pensare, purché possa solo pagare: altri si assumeranno per me questa noiosa occupazione.»  Gli esseri umani sono sempre stati tentati di delegare la loro capacità di pensare; oggi mirano a delegarla agli strumenti tecnologici, ma prima la delegavamo ad altre cose, ad altri idoli. Non è una novità!

Se gli esseri umani agiscono in questo modo, chiaramente è per la paura della morte. In effetti, automatizzando tutto, pensiamo di risparmiare tempo, mentre in realtà accade l’esatto contrario: la nostra vita viene divorata dal virtuale, che minaccia di prendere il posto del reale. Scattiamo foto di tutto, ma non ci prendiamo più il tempo per guardare o pensare davvero a ciò che stiamo guardando. La nostra libreria fotografica è piena, ma la nostra testa è vuota; la nostra batteria è scarica e i nostri occhi bruciano per aver fissato troppo la vita attraverso uno schermo. Ma sono carica di speranza negli esseri umani, – d’altronde, a mio avviso, il vero filosofo non è tanto colui che ama la saggezza, quanto colui che ama l’essere umano… nonostante tutto! -, e sono convinta che ogni volta che sprofonderà in una logica autodistruttiva, lo risveglierà un soffio di vita formidabile. Magari, se vi fosse un solo versetto da ricordare della Bibbia, sarebbe il seguente: «scegli la vita!» (Deuteronomio 30:19). Contro ogni previsione, scegli la vita. Di fronte all’instabilità del mondo, di fronte alle nostre miserie, ai nostri affanni e alla nostra cecità, di fronte alla nostra meschina mediocrità, è questo «scegli la vita» fondamentale che costituisce la nostra umanità e che ci salverà.

Club Italie-France: Una guerra, buona o cattiva che sia, può essere affrontata con saggezza?

Gabrielle Halpern: È impossibile non parlare anche della dimensione sociale della guerra; mi viene in mente questa frase dello scrittore italiano Primo Levi: «La guerra è soprattutto una grande confusione sul campo di battaglia e anche nella mente degli uomini; molto spesso non si capisce nemmeno chi ha vinto e chi ha perso, sono i generali e quelli che scrivono i libri di storia che decidono dopo.» C’è una soggettività della guerra e nella guerra che la rende difficile da concettualizzare o da teorizzare.

La guerra solleva anche la questione dell’odio, che oggi non è un tema banale, soprattutto con lo sviluppo di tecnologie, droni e robot che possono essere usati come armi. Il filosofo Günther Anders ci ricorda che, poiché un computer non è in grado di odiare, questo lo rende ancora più forte. Infatti, se un tempo le guerre erano combattute da «persone capaci di odio, nel complesso queste persone erano ancora umane. E coloro che si odiavano a vicenda potevano, per lo meno, un giorno cessare di odiarsi, e con ciò cessare anche di combattersi, e con ciò cessare anche di annientarsi, o forse persino iniziare ad amarsi»… Ciò non riguarda i computer, poiché essi non sono abitati dall’odio. «La fine dell’odio potrebbe segnare la fine dell’umanità, perché ora non siamo più noi uomini a combattere gli uomini e non sono più gli uomini a combattere noi uomini.»  

Infine, la guerra solleva in realtà la questione del nostro rapporto con gli altri, ed è in questo contesto che può essere affrontata dal punto di vista della saggezza. Infatti, nella vita, come regola generale, la questione, l’argomento, il problema è sempre la questione del rapporto con l’altro, sia esso il rapporto con un’altra persona, un altro paese, un’altra entità. È la questione essenziale che ci riguarda tutti e che ha implicazioni politiche, sociali, familiari, professionali e territoriali. Qual è il giusto rapporto con l’altro? Questa domanda è al centro della mia ricerca, poiché la filosofia dell’ibridazione è un’etica della relazione con l’altro. Per dare una risposta, la figura del centauro, metà uomo e metà cavallo, che è la figura emblematica del mio lavoro, è molto utile. Nel centauro, qual è il rapporto tra la parte umana e quella equina? Sono in un rapporto di fusione in cui non si sa più distinguere l’uno dall’altro? Sono in un rapporto di giustapposizione, dove coesistono ma ognuno conduce la propria vita con indifferenza verso l’altro, o sono in un rapporto di assimilazione, dove una parte cerca di prevalere sull’altra e di farla scomparire? Questi tre tipi di relazione – fusione, giustapposizione o assimilazione – sono le tre insidie del rapporto con l’altro, e questo vale nel campo dell’amicizia, del lavoro, dell’amore o della geopolitica.

Trasponendo questa riflessione alle questioni diplomatiche, la si potrebbe tradurre come segue:

  • La prima diplomazia è quella dello specchio: due paesi si confrontano con l’obiettivo di cancellare le loro differenze e diventare più simili… È l’incontro di uniformità che porta alla fusione, e quindi a una forma di scomparsa della singolarità dei due paesi;
  • La seconda diplomazia è quella della giustapposizione: due paesi coesistono nell’indifferenza della relatività. È un incontro che non avviene (e quindi non avvia alcun cambiamento);
  • La terza diplomazia è quella dell’assimilazione o dello scontro: due paesi entrano in competizione con l’ambizione di far scomparire l’altro, assimilandolo. È l’incontro ad annientare l’altro.

Nessuna di queste diplomazie è quella giusta: se si osservano molti esempi di diplomazia, passati o presenti, si noterà che molti di essi rientrano in una o nell’altra categoria, come se ci fossero solo tre modi perché le culture, i paesi e le persone si incontrino. Tuttavia, l’ibridazione non è fusione, giustapposizione o assimilazione; il centauro non cade in nessuna di queste trappole.  Vi è una quarta strada, che è quella della «metamorfosi reciproca»: in altre parole, per ottenere un centauro non basta mettere un uomo su un cavallo, ma ciascuna delle parti deve fare un passo di lato per andare verso l’altro, tramutarsi a contatto con l’altro, e solo allora ci sarà l’incontro e quindi la creazione di una terza figura! Questo vale anche nel campo delle relazioni amorose, amicali o professionali… Il giusto rapporto con l’altro è una metamorfosi reciproca, che porta all’ibridazione! La terza diplomazia, attraverso l’ibridazione, può dare origine a una nuova geopolitica. Non si tratta di fondersi, di coesistere senza vedersi o di confrontarsi; si tratta di ibridarsi, cioè di immaginare una combinazione che permetta a ciascuno di trasformare e fecondare l’altro senza minacciare la singolarità di ciascuno. Questa geopolitica dell’ibrido potrebbe forse permetterci di ridisegnare le basi delle relazioni tra i paesi europei. Come possiamo pensare all’ibridazione dell’Europa? Questa è una delle principali sfide politiche dei prossimi anni.

Club Italie-France: Riprendendo un concetto caro ad Hannah Arendt, lei afferma che «l’irreversibilità e l’imprevedibilità sono le due angosce dell’essere umano […] in esse risiede tutta la fragilità della nostra vita. Da un lato, ciò che è stato fatto non può essere annullato. Dall’altro, ciò che verrà non può essere previsto». La volontà, la forza di volontà, è un potere?

Gabrielle Halpern: Purtroppo, l’idea di potere è stata troppo distorta e strumentalizzata per essere un ideale. Perciò preferisco fare appello a un’altra nozione: quella della responsabilità, che è un certo modo di esercitare la propria volontà. Smettiamola con i nostri desideri infantili di magia, di un genio buono che venga a fornirci LA soluzione e ci tiri fuori dalla nostra situazione drammatica. Smettiamola di aspettarci tutto dallo Stato, dai nostri vicini, da chicchessia! Non c’è nessun salvatore nel nostro mondo, nessun «deus ex-machina» che appare sulla scena per risolvere tutti i nostri problemi, come nel teatro antico, no! Ci sono lui, lei, questo, quello e quell’altro, che escono dalla loro paralisi e agiscono. L’«étique du centaure» consiste nel non aspettarsi che siano gli altri a metterci in moto, ma nell’assumersi la responsabilità dell’azione, fino in fondo. Questo significa saper promettere e mantenere le promesse, saper perdonare e chiedere perdono.

Nella filosofia dell’ibridazione che forgio giorno dopo giorno, ho una concezione della responsabilità come una responsabilità totale, assoluta, senza alcun pretesto per sfuggirle. Siamo tutti responsabili, individualmente, pienamente, qui e ora, di noi stessi e degli altri, del nostro passato e del nostro futuro. Le implicazioni politiche, economiche, sociali, civiche e persino religiose legate a questa idea sono immense. Io baso il mio lavoro su questa etica della responsabilità, perché credo profondamente nella libertà dell’essere umano – una libertà che può essere esercitata solo traducendola in responsabilità. «Solo il meglio dipende da noi», diceva Epitteto… «E ognuno di noi è responsabile di questo meglio!»

Club Italie-France: Che consiglio darebbe alle giovani generazioni interessate alla filosofia?

Gabrielle Halpern: La filosofia viene spesso affrontata con angoscia, come se avessimo paura di non essere «abbastanza intelligenti» per capirla… Ma non vi è cosa più sbagliata dell’angoscia! La filosofia non è una questione di intelligenza o meno; è solo la capacità di porsi delle domande, e le domande… Tutti hanno il diritto e persino il dovere di porsele! No, la filosofia non è riservata a un’élite. Anzi, la filosofia non appartiene a nessuno… Oppure appartiene a tutti, è il nostro patrimonio e il nostro futuro! La libertà, l’amore, il tempo, l’esperienza, la morte, la felicità e il dolore sono domande universali che tutti gli esseri umani si pongono, abbiano essi 5, 40 o 100 anni. Questa non è teoria, è vita! Non esiste una filosofia teorica, ma solo una filosofia pratica e applicata!

Certo, ci sono filosofi che sembrano molto difficili da capire; per quanto li si legga e rilegga, le loro frasi rimangono oscure… Ma vi svelerò un segreto. Quando ho studiato Nietzsche al liceo, poi alle classes préparatoires per l’esame di ammissione all’Ecole Normale Supérieure, vi confesso che non ci capivo nulla. Non sapevo mai quando era ironico e quando non lo era, e nei miei commenti sui suoi libri facevo continuamente errori di interpretazione. Poi sono cresciuta e finalmente ho cominciato a capirlo. Se non si hanno vissuto certe esperienze, se non si ha sperimentato un lutto, se non si ha provato una vera e propria delusione d’amore, ci sono filosofi che non si possono capire. Quindi, se non capite certi filosofi, non rinunciate a loro… Vivete, vivete pienamente la vostra vita e tornate a loro; diverranno luminosi!

RIPRODUZIONE RISERVATA ©

Intervista del

11 Novembre

Informazioni

Dottore in filosofia e laureata all'École Normale Supérieure
Gabrielle Halpern ha lavorato in diversi uffici ministeriali (Ministero dell'Economia e delle Finanze, Ministero della Ricerca e dell'Istruzione Superiore, Ministero della Giustizia), in qualità di consigliere di “Prospettiva e Discorso”, prima partecipando allo sviluppo di startup e fornendo consulenza ad aziende e istituzioni pubbliche. È anche esperta associata presso la Fondazione Jean Jaurès e dirige la serie "Ibridazioni" da lei creata presso le Editions de l'Aube.
Giovanni D’Avanzo - Club Italie-France - Team
A cura di
Giovanni D’Avanzo