Personalità - Club Italie France - Erri De Luca

Erri De Luca

Club Italie-France : A maggio 2024, uscirà in Francia il suo ultimo libro, Le Regole dello Shangai. È la storia di un vecchio e di una giovane ragazza, dell’incontro di due generazioni e del modo in cui insieme imparano come possono cambiare il mondo. Tutto comincia con un incontro, un incontro che è anche una domanda, posta alla prima riga della prima pagina del libro: “Chi sei?”. È una domanda rivolta all’altro, ma anche a sé stessi, quasi come quando un lettore apre per la prima volta un libro…

Erri De Luca : L’incontro è per me innanzitutto la mia esperienza di lettore. Trovo dei passi in libri antichi che mi riguardano personalmente. Passi che mai avrei immaginato potessero rivolgersi a me, a secoli di distanza, ma che tuttavia mi fanno riconoscere cose che erano già dentro di me, ma che non erano arrivate in superficie. Cose che sono in me e quindi nel mio tempo, nella mia epoca. I libri sono così, non sono progetti, sono scambi misteriosi tra qualcuno che scrive e qualcuno che, in tutto un altro spazio e tempo, sceglie di prendere proprio questo titolo in mezzo a tutto il grande caos dei libri. È allora che avviene un incontro. Un vero e proprio incontro, che non può essere prenotato in anticipo, né tanto meno consigliato. Chi mi consiglia un libro me lo rovina subito. Mi sta rovinando l’incontro. Succede anche a me come scrittore. Sto scrivendo un racconto in questo momento e ieri sera ho aperto una pagina di Rimbaud e lì ho trovato cose che riguardavano il racconto che sto scrivendo.

Club Italie-France : Una storia è attuale finché la leggiamo, ci permette di rendere presente anche qualcosa di passato. Nel tuo lavoro di scrittore, è questo il modo che scegli per parlare del mondo contemporaneo, dell’attualità? Come racconti il mondo in cui viviamo?

Erri De Luca : L’attualità la conosciamo. Ma l’incontro dipende dalle circostanze collettive che lo circondano. Ho fatto parte di una generazione e di un’epoca in cui le storie piccole, minori, venivano continuamente incorniciate dalla storia maggiore: oggi possiamo sentire questa pressione in modo diverso, siamo meno consapevoli che ci sia questa pressione in una storia maggiore; noi invece eravamo in un secolo in cui la Storia aveva devastato le storie personali, le aveva completamente stravolte. C’è un proverbio russo che dice “quando si taglia la foresta, volano le schegge”: c’era sempre questo rumore di fondo della foresta che veniva abbattuta nel XXe secolo, e le schegge che volavano eravamo noi.

Club Italie-France : Il lavoro della scrittura consiste nel raccogliere queste schegge? Ci si interroga molto oggi sul ruolo degli intellettuali, e l’immagine della foresta che viene abbattuta ci ricorda anche le questioni ambientali di fronte alle quali a volte abbiamo l’impressione che il tempo della scrittura sia troppo lungo per poter realmente cambiare le cose. Che ruolo pensa che possa avere l’intellettuale di fronte alle problematiche contemporanee?

Erri De Luca : Mi limito agli intellettuali della scrittura, e faccio l’esempio del calzolaio. Un calzolaio deve fare delle buone scarpe. Ma se vuole fare qualcosa di più, per la sua società, allora deve assicurarsi che tutti possano camminare con delle buone scarpe. E così nel nostro ambito, che è quello della parola, prima dobbiamo fare bene le pagine che scriviamo, ma se vogliamo fare qualcosa di più dobbiamo fare in modo che tutti possano far circolare queste parole. E con tutti non intendo i miei colleghi scrittori che si trovano in difficoltà per qualche motivo. No, tutti sono le persone che non hanno le parole e che se le hanno non vengono ascoltate. C’è un versetto nel Libro dei Proverbi dell’Antico Testamento che dice “Apri la bocca al muto” e in questo caso il muto è una persona, una comunità che si trova a dover lottare per ottenere qualcosa o per difendersi in una situazione di oppressione, ma che nessuno ascolta. Sei uno scrittore, puoi far sentire questa voce, puoi dare voce a questo grido che non viene ascoltato. Così, nel mio caso, ad esempio, sono stato incriminato per caso per aver sostenuto la lotta di una comunità che da decenni si batte contro la perforazione di montagne piene di amianto. Quindi ho avuto un processo, e il fatto è che le ragioni di questa lotta, attraverso il mio caso personale del processo, sono state meglio conosciute e discusse. C’era più ascolto da parte del pubblico. Quindi senza volerlo ho dato una voce a ragioni che non erano state ascoltate. Quindi non ero il loro portavoce, ma fungevo da amplificatore. Se sei un intellettuale ti riduci ad essere uno strumento, lo strumento che ti permette di amplificare la voce di chi non viene ascoltato: questo per me, poi non è obbligatorio: puoi scrivere le tue pagine e sei e rimani un intellettuale completo, ma se vuoi fare qualcosa di più, è come per il calzolaio: fai in modo che tutti possano camminare con buone scarpe.

Club Italie-France : Quindi è una questione di responsabilità?

Erri De Luca : Responsabilità deriva dal verbo rispondere, e la responsabilità è una risposta che non attende la formulazione di una domanda. Sono cresciuto nella città di Napoli nel dopoguerra. All’epoca Napoli aveva la mortalità infantile più alta d’Europa. I ragazzi della mia età stavano subendo questa selezione innaturale a causa della mancanza di cibo, medicine, istruzione e anche di genitori. Io avevo da mangiare, una casa, scarpe, medicine, e mia madre mi mostrava la differenza tra la mia condizione e la condizione degli altri bambini, non per farmi sentire in colpa, ma per darmi un senso di responsabilità verso il privilegio: non era un regalo, dovevo meritarmelo. La voce di mia madre per me non era solo una voce che mi mostrava: era una voce che mi smuoveva dentro. Tutte queste cose che mi mostrava con la sua voce senza alcun accento retorico o esclamativo, questa voce aveva per me la forma di una domanda. Non c’era il punto interrogativo finale nella forma della voce, ma io lo sentivo, ho sentito questo punto interrogativo che era fatto esattamente come un amo da pesca che è venuto a pungere le mie fibre nervose e mi ha trasmesso questa sensazione di dover rispondere. Quindi, quando sono diventato adulto, ho provato a inventare risposte. Quando ero giovane ho avuto una fortuna enorme, perché la mia generazione ha inventato una risposta: era fantastico, non toccava a me andare a inventare una risposta, era tutta la mia generazione che per strada si era inventata una risposta pubblica: era è sufficiente scendere in piazza per partecipare a questa risposta collettiva. Poi questa generazione si è completamente esaurita, e così sono rimasto solo a inventare risposte.

Club Italie-France : E che tipo di risposte offre la nuova generazione? Esiste anche oggi un incontro tra le diverse generazioni, come tra i personaggi delle Regole dello Shangai? In un’intervista dici “Giovanissimi e anziani, entrambi hanno a cuore il futuro ed entrambi se lo riescono a immaginare, a differenza degli adulti che stanno sempre incastrati dentro il presente, disputandoselo tra loro e maltrattandolo quasi come ci giocassero dentro a mosca cieca”: quale contributo può apportare ciascuna generazione alle grandi domande del nostro tempo?

Erri De Luca : La mia percezione delle generazioni è un po’ perturbata, perché non sono padre né nonno, quindi sono rimasto figlio, e quindi non ho la percezione delle generazioni: per me tutti sono miei contemporanei, dal neonato al centenario, viviamo per me nella stessa epoca, perché non sono passato dall’altra parte, dalla parte dei padri, dalla parte di qualcuno che ha una responsabilità e una sorta di debito verso la generazione che mette al mondo. E quindi è come al bistrot: sono rimasto dalla parte del consumatore e non sono passato da quella del proprietario. E così in questo libro, Le Regole dello Shangai: è la storia di due generazioni apparentemente opposte, quella di una ragazzina, giovanissima, di quindici anni, e di un uomo vecchio, come me, e anche più vecchio di me. Solo che per me queste due età non sono realmente opposte: per me la vera opposizione è tra giovani e adulti. Tra le decisioni, le proposte, gli ideali degli adulti e quelli di questa nuova generazione che è la prima di queste generazioni future che riuscirà a inventare un’economia di riparazione, redditizia e che permetterà di investire nella rinascita della vitalità del pianeta. Non saranno i giovani di oggi a realizzarla, e nemmeno i loro figli, forse i loro nipoti. E per le nuove generazioni è un percorso obbligato: o sarà così o non ci sarà futuro. Quindi queste generazioni hanno un senso di coincidenza tra il loro futuro individuale e il futuro del pianeta. Anche i vecchi possono immaginare il futuro, ma non gli adulti. No, gli adulti sono quelli che non riescono a immaginarsi nemmeno la prossima settimana, sono la generazione ufficialmente più incapace nella gestione delle cose del mondo di tutta la storia dell’umanità: hanno tutte le possibilità, tutti i dati per essere consapevoli di ciò che sta accadendo e si accecano deliberatamente per continuare a sfruttare il pianeta e l’energia umana. Quindi penso che la maggiore opposizione oggi sia tra la generazione dei giovani e quella degli adulti. Sono vecchio e guardo a questo futuro. Per me è già l’orizzonte, è come in un bosco, chi è quasi uscito dal bosco, vede un orizzonte più lontano di chi è più giovane e non può guardare lontano, perché è nel bosco e quindi c’è poca visuale intorno.

RIPRODUZIONE RISERVATA ©

Intervista del

30 Dicembre

Informazioni

Scrittore, giornalista, poeta e traduttore
MEDIA
Club Italie France - team - chiara marcoccia
A cura di
chiara marcoccia